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C’è una luce particolare sul volto del ragazzo di Rockford, Illinois. Sembra di potersi quasi perdere in un limbo polveroso che trae linfa vitale dal passato, una sorta di fotografia sbiadita di un tempo andato, inseguendo l’ultima nota di un’ultima scala. Seduto chino su una sedia, ricurvo con la sua maglietta verde di Steve Windwood, l’avant-folker Ryley Walker è vulnerabilità allo stato puro, in mezzo a burrasche improvvise, sbavature sensoriali e opachi interludi di atonalità.
Se qualche anno fa, facciamo all’uscita di Deafman Glance, mi avessero detto che avrei potuto ascoltare il ricamo delle mani di Walker a soli diciotto km da casa, probabilmente non ci avrei creduto. E invece la provincia degli ostacoli, lontana dal futuro, incontra l’Illinois, in un tiepido e dorato lunedì d’ottobre. E lo fa grazie alla brillante lungimiranza dell’associazione culturale Backdoor di Castelfranco di Sotto, capace di intercettare – letteralmente – il passaggio di Walker in Italia. E aggiungendo al calendario italiano il profumo di un paese di 13.000 anime a città come Milano, Roma, Perugia, Ascoli Piceno. Che non si dica insomma che qui non succede mai nulla di bello.
Dopo una serie di uscite su cassette e vinile, Tompkins Square ha pubblicato il debutto di Walker esattamente dieci anni fa, seguito poi dall’acclamatissimo Primrose Green un anno dopo. Ci sono stati altri dischi, alcuni in coppia con il musicista Bill MacKay, altri con Charles Rumback, e poi tour con Richard Thompson e Dinosaur Jr., uno show tributo al mito Bert Jansch, interviste a cuore aperto, la decisione di cambiare vita, l’approdo sull’allora Twitter ora X che lo ha reso forse il compositore più simpatico della sua generazione.
Se forse è vero che nessuno può inventare qualcosa di nuovo in questo genere – il folk di Jansch e Fahey – perché si combinano tra loro suggestioni continue e inevitabilmente chiunque vi scorge chiari riferimenti al passato, la grandezza di Walker sta proprio nel saper dare un sapore contemporaneo a questi riferimenti: è incredibile osservare un musicista così talentuoso suonare la chitarra in modo tale che questa diventi la voce della sua anima e non ci sia alcuna perdita di segnale tra i due. La perfezione non è qualcosa che ci capita spesso di sperimentare ma quella che impasta Walker non ha nulla a che vedere col tedio dell’eccellenza: Ryley Walker è ancora un’enigma, un errore all’interno del sistema. Dopo anni fatti di musica e racconto personale, dopo il successo e il tonfo, dopo la rinascita e un tellurico cambio di rotta, non c’è nulla che ci faccia pensare anche solo lontanamente di aver capito questo ragazzo interrotto di Rockford, Illinois. Ryley è la domanda che non abbiamo ancora pensato, è il dubbio che non avevamo mai analizzato, Ryley è ancora oggi un bellissimo, avventuroso mistero.
Chitarrista prodigiosamente talentuoso, dimostra di avere un’intuizione per lo strumento chitarra che gli permette di essere a suo agio tanto nel supportare i leggendari rumoristi Dinosaur Jr. quanto nel collaborare con alcuni dei luminari della scena jazz d’avanguardia di Chicago.
La prospettiva vertiginosa di uno spettacolo in solo – con l’apertura affidata all’ottimo Simone Romei, intimista fingerpicker e onironauta del miglior folk – ci fa scoprire Walker irriducibile show man, umorista dal sorriso dolce e bambino, mentre ci intrattiene con stravaganti battute, confessioni a cuore aperto sull’amore per i nostri Goblin e i nostri autogrill. C’è una sensazione di apertura e calore nella sua performance: può dire quello che vuole e suonare quello che vuole, il tuto filtrato da un senso di ironica autocoscienza.
In tutto questo la sua chitarra non si è mai accontentata di limitare una singola linea, un singolo attacco: dalla fantasia labirintica di Rang Dizzy con cui apre il concerto ai disegni prog di Striking Down Your Big Premiere, passando per il candore ellittico di Age Old Tale e Primrose Green, Walker mescola sapientemente brani tratti dai primi lavori a tracce più recenti, figlie di una fantasia imprevedibile e contraddittoria che gioca con i groove fumosi e i finali morbidissimi – si pensi a On the Banks of the Old Kishwaukee o a The Halfwit in Me.
Quando canta «Fuck me, I’m alive», riconosce l’enormità del semplice esistere e celebra il fatto di farlo, dopo aver rischiato di perdere tutto, ora che non è più detenuto del proprio talento. In questo spazio minimale, figlio di una casa del popolo come non se ne vedono più, la qualità del suono è candidamente nitida e chiara e la personalità di Walker, meravigliosamente goffa e fuori dal tempo, permette un’escursione globale di un genio sbadato. Incredibilmente, in un’ora e un quarto di live, in mezzo a siparietti comici e accordature ipnotiche, Walker riesce a trovare il perfetto equilibrio tra il piacere melodico e la complessità introspettiva, espandendo costantemente il suono in uno spettacolo solido e liberatorio.
Nel florilegio di stasera c’è spazio anche per le cover, che, va detto, in mano a Walker, si trasformano in reinvenzioni spirituali che non ricercano l’originale ma lo abbracciano per poi camminarvi a fianco, su una retta parallela che non incontrerà mai il suo punto d’origine: è così che Go Your Way di Anne Briggs e Over the Hill di John Martyn godono di una dinamica impressionante, nell’irregolarità di un canto che affronta gli strappi della vita, le slabbrature dell’amore.
Con la funambolica elasticità del suo finger-picking, Walker si inserisce perfettamente nel grande regno del folk, senza però mai perdersi negli stilemi di alcuni colleghi pastorali: il suo canto, picassiano, sempre sull’orlo della rottura, della curva selvaggia, incendia e ustiona con un surreale fiorire di astrazioni prog-rock mentre fonde tempi e movimenti. Anche nel live offerto questa sera nessun brano sembra riuscire a rimaner fermo troppo a lungo su una melodia, esplorarando il linguaggio folk come in un’avventura obliqua. Si è sempre alla ricerca di qualcosa, o di qualcuno e oggi la cifra stilistica di Walker sembra sottolineare un movimento verso l’ignoto che certamente non lo spaventa. Emerge possente negli spartiti quasi scheletrici sui quali si concentrano gli arpeggi di chitarra, fiochi e nostalgici una carriera dalla volontà complessa, intricata, imprevedibile, creativa e cangiante, ricca di splendide contraddizioni che hanno memoria tanto del jazz quanto delle esperienze del primitivismo americano senza mai abbandonare veramente quella culto primigenio in cui lasciar convivere le sfumature di Nick Drake, Jim O’Rourke e Van Morrison.
Con le sue burrasche improvvise, le sue sbavature sensoriali, i suoi opachi interludi di atonalità, anche in questa fotografia dalla provincia radicale, Ryley Walker rivela tutto l’astrattismo di cui è capace, alludendo alla sperimentazione con una pulsazione subacquea che profuma di Robert Wyatt.
C’è una luce speciale su quel volto bizzarro, ripenso nell’intimità della mia mente una volta che la liturgia folk è terminata e attraverso la strada deserta di questo paese fantasma. C’è un bagliore avvolgente sul volto del ragazzo di Rockfrod, Illinois ma da dove provenga quella luce proprio non riesco a capirlo.
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