Recensioni

Il Lars Rock Fest è un po’ un paradosso. Si porta addosso il vestito del festival indipendente di provincia, ma per gli artisti e la varietà di eventi collaterali che offre sembra uno di quei festival da grande città (nonostante sia a ingresso gratuito). Ti aspetteresti che gran parte del pubblico provenga dalle zone limitrofe, ma in realtà la maggioranza è composta da persone venute da tutti gli angoli di Italia. Ti aspetteresti artisti italiani, generi “facili da apprezzare”, qualche strizzata d’occhio alle ultime tendenze, tanto per aumentare i biglietti venduti, e invece i musicisti (in particolar modo gli headliner) vengono spesso da oltralpe, magari per un’unica data italiana, portando in dote suoni particolari e non facili da apprezzare, ma sempre di un certo spessore. Nelle ultime edizioni, per esempio, sono passati da qui Unknown Mortal Orchestra, the Soft Moon, SUUNS, Wire, Gang of Four, Public Service Broadcasting. L’aria che si respira è familiare e di assoluta tranquillità. Nella verde cornice dei giardini pubblici, sin dal pomeriggio ci sono mercatini etnici e banchetti di vinili, a cui si aggiungono gli eventi collaterali organizzati dal collettivo del festival: laboratori per bambini, incontri con scrittori e presentazioni di libri, a partire da questa edizione anche Open Book, il festival dell’editoria indipendente. Così, dopo un paio di birre, qualche acquisto, un salto al ristorante (che fa molto sagra di paese), iniziano finalmente i concerti.
Un festival ovviamente è fatto di molte cose, ma sarebbe ingeneroso mettere da parte quello che è al centro di tutto: la musica, e quindi i live. Giunti alla settima edizione, le scelte artistiche sono cresciute in parallelo con l’attrattiva del festival, e ormai da un paio di anni si sono attestate su un buon livello. Nella giornata di esordio di venerdì, a dispetto delle aspettative, i momenti migliori li offrono i “comprimari”. Hailu Mergia, imbracciata la fisarmonica, con il suo ethio-jazz mischiato al funk è piacevole e fluido, ma un po’ avulso rispetto al rock della line-up. I paladini anni ’70/’80 del post-punk, nonché headliner, il Pop Group, mettono in piedi un set interessante ma non vanno oltre il compitino. La veste del “noise set” (come recita la locandina) da loro scelta infatti, tutta distorsioni e feedback, appiattisce la performance all’ordinarietà, non valorizzando la qualità e la verve delle loro produzioni. A far saltare il banco invece pensano gli Indianizer in apertura, con un set elettrico e frizzante, tutto suoni acidi e ritmi a cui i piedi non sanno resistere. E pure lo scozzese James Ritchie al campfire, vocazione folk abbinata a una calda voce blues che colpisce, tanto che a furia di bis, il suo live raddoppia in durata.
Sabato tutta l’attenzione è concentrata sui Protomartyr, a scapito degli altri due gruppi. L’attenzione ricevuta in questo caso può dirsi più che giustificata. La band di Detroit infatti è in stato di grazia, dopo l’uscita dell’acclamato Relatives in Descent e dell’EP Consolation e si vede. La platea sotto al palco, prima con qualche spazio vuoto, alla loro comparsa all’improvviso si trasforma in un unico cuore pulsante, un blocco unito e coeso. Il pubblico aspetta solo l’esplodere di quelle linee di basso potenti per gettarsi nella mischia, dove si balla sulle note di un post-punk rabbioso ma caldo, con Joe Casey in giacca e camicia floreale a spronare e a dettare il ritmo. Né Confrontational, coi consueti spaccati wave eightes da colonna sonora carpenteriana, né gli His Electro Blue Voice, riescono a rubar loro la scena.
Domenica si ripete in crescendo, più o meno come la giornata precedente. L’apertura è affidata alla performance live di Becoming X, un collettivo di disegnatori ed artisti, con i primi a disegnare grafiche poi proiettate sul grande schermo del palco, mentre i due dj Newcombe e Boda (al secolo Daniele Rotelli, cantante dei The Rust and The Fury, che firmerà più tardi il campfire finale) arricchiscono il tutto con basi strumentali elettroniche, fondendo musica ed arte visiva. È poi il turno poi dei Delta Sleep, che mettono in mostra un indie-rock estremo, aggressivo e mai banale, ma talvolta forse anche eccessivo a causa della propensione allo scream del cantante. Chiudono i giochi i JAPANDROIDS con un live tiratissimo e coinvolgente, un vero e proprio inno di amore verso il rock. David Prowse massacra la batteria senza sosta concedendosi qualche sortita nei ritornelli per urlare, Brian King si fonde con il feedback della chitarra e strapazza il microfono. Il live è potente ed arriva bello diretto. Per più di un’ora, il pubblico deve solo perdere la voce e sfogarsi.
Il Lars Rock Fest continua dunque il suo processo di crescita, confermando che esiste ancora una provincia anomala, capace di abbinare all’atmosfera distesa e all’attenzione per i dettagli tipica delle piccole realtà una certa qualità (e particolarità) nelle scelte musicali, in grado di attrarre appassionati di musica da ogni dove.
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