Recensioni

7.5

Neanche il tempo di assorbire quel mastodonte post-kraut che era Love, Love, Love ed ecco che ce li ritroviamo di nuovo di fronte. Dopo una strepitosa messe di uscite in cd-r per la Colour Sound, etichetta di casa, il combo newyorchese dal sangue italiano (la chitarra è quella della nostra vecchia conoscenza Ninni Morgia) approda per questo esordio ufficiale nientemeno che alla Holy Mountain, etichetta che più di tutte ha ultimamente incarnato al meglio il nuovo sentimento cosmic-psichedelico americano. Non un caso, d’altronde, dato che di quell’afflato cosmico e dilatato tipico delle uscite targate Holy Mountain è pervaso l’intero album del collettivo americano.

Musica follemente spaziale che si abbevera delle mire cosmiche di Sun Ra – dopotutto Space Is The Place, ricordate? – annegandole in una tempesta sonora in cui psichedelia espansa, visionarietà prog, accenni kraut e frammenti di atavico blues distorto si frangono in un tutt’uno. Musica come polvere di cometa cristallizzata, come recita lo sticker in copertina. Come a dire le aperture alari degli Amon Duul, la fuga in avanti che fu dei primi, immensi King Crimson, l’amore per la reiterazione di alcune frasi musicali alla Can ed in più l’amore per l’improvvisazione che non scade quasi mai nel senso di distruttiva catarsi di molti compagni di etichetta. Un piacere per l’orecchio e per la mente, se ancora non si fosse capito. Musica che stimola alla visione, che induce allo stato di trance senza bisogno di additivi psicotropici. Nei cinque lunghi pezzi strumentali si trovano così detriti di trenta e passa anni di storia della musica con la S maiuscola, come nella paradigmatica Sailor of The Salvian Seas, in cui passaggi epocali lungo una linea rossa che dai Black Sabbath/Blue Cheer arriva agli Sleep/Om approdano inermi su marziani lidi sludge.

Ma è il senso del tutto a rimandare a qualcosa di lontano ed alieno, ad un suono che nell’immaginario collettivo si è fatto esemplare visione su pentagramma di mondi lontani e sognati, tanto quanto su carta si è materializzato, esempio tra i tanti, negli incubi lovecraftiani. Non a caso la finale, lisergica Ode To Amalthea incorpora quel fraseggio altro che l’entità aliena di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo inviava sulla Terra come messaggio di saluto. Colonna sonora del cosmo per come lo possiamo intendere noi terrestri, Tonal Ellipse Of The One rischia di diventare uno degli album classici del genere che non possiamo non definire psichedelico. Ottimo, non c’è che dire.

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