Recensioni
L.A. Salami
The Cause of Doubt & a Reason to Have Faith
-
Valerio Di Marco
- 25 Luglio 2020

Ce ne sarebbe di che essere diffidenti verso un’opera che fin dal titolo, ma anche nei rimandi musicali dichiarati, dà a intendere di avere risposte a domande mica da niente, tipo perché dubitiamo e perché dovremmo avere fede. E i dieci minuti e rotti dell’iniziale title track, caratterizzata da un incedere increspato e dondolante e sorretta da una sezione ritmica sorniona contrappuntata da rintocchi di piano, pizzicate di chitarra acustica, voci fuori campo e lamenti in stile Thom Yorke, non aiutano certo a essere meno circospetti. Eppure la terza prova in studio – dopo Dancing With Bad Grammar (2016) e The City of Bootmakers (2017) – di questo genietto londinese, seppure lungi dal fornirle, quelle risposte, aiuta a formarsi degli interrogativi, il che è già qualcosa.
Un disco non facile, questo The Cause of Doubt & a Reason to Have Faith, non troppo lontano da un Carrie & Lowell di Sufjan Stevens o da un 22, A Million di Bon Iver, il che deciderete voi se è un pregio o un difetto. Il piglio assorto, meditabondo e sperimentale che caratterizza i suoi quasi tre quarti d’ora di durata s’intreccia infatti ai fumi di certo new-folk introspettivo, ipnotico e psicologico, ma apre anche a influenze asserite quali Captain Beefheart, Lou Reed e i Velvet Underground, l’hip hop degli anni ’90 e il blues di Robert Johnson.
Le canzoni sono costruite per aggiunte progressive, ad assemblare collage sonori dal carattere empirico ma con un’idea precisa di dove voler andare a parare. Il tutto come immerso sottovuoto in un’ampolla rimbombante e claustrofobica. Solo raramente si registrano sprazzi d’apparenti ironia e gaiezza, come in Dear Jessica Rabbit, ma saggi di ottima scrittura che ci fanno propendere per il consigliare l’ascolto di questo disco sono dati anche dall’accessibile e genuina melodia di Things Ain’t Changed, pezzo dall’afflato quasi rollingstonesiano e descritto dallo stesso autore come «un inno alla complessità della vita», e dall’altro singolo di lancio The Cage, più complicato e barocco nell’architettura ma che osservato nel complesso rivela una forma slanciata e aerobica. Senza tralasciare la conclusiva e struggente The Talis-Man on the Age of Glass (Redux), altro picco dell’opera insieme a When You Play God (The 2018 Copyright Blues), che muove addirittura dalle reminiscenze fiabesche dei Genesis di The Lamb Lies Down On Broadway per approdare – pensa un po’ te – agli aneliti solenni e profetici degli Arcade Fire di Neon Bible.
L.A. Salami, che per esteso è Lookman Adekunle Salami, ha iniziato a scrivere testi e poesie molto presto e ha imparato da solo a suonare la chitarra, ma da autodidatta evidentemente ha imparato molto più di tanti altri. E pazienza se qualche passaggio a vuoto lo fa registrare pure lui, magari anche solo tra le pieghe dei singoli brani, a volte allungati oltremisura senza apparente necessità. Insomma anche dopo l’ascolto, dubitare, dubitiamo, ma in prospettiva si può essere fiduciosi.
Amazon
