Recensioni

6.8

Gli déi hanno parlato. New rave. Ecco il nuovo verbo da diffondere. I prescelti, tre ragazzi londinesi (si aggiungerà presto un quarto ausiliario). Diversi segni ad annunciare il loro avvento: un paio di singoli per etichette cult come Angular e Merok, un videoclip lo-fi in stile Atari (Gravity’s Rainbow); e poi un contratto con la Polydor, un altro singolo, altri video (sempre più prodotti, visionari e trash), un EP (Xan Valleys). Tutto nel giro di pochi mesi. Nel frattempo, non hanno tardato a levarsi orde di proseliti, folgorati sulla via del NME, pronto a sciorinar copertine; tanto che già dalle platee dei festival di Carling e Leeds dell’estate scorsa si potevano sentire alcuni invasati urlare a squarciagola “Klaxons!!!”, invocando l’epifania.

Che avviene, definitivamente, con Myths Of The Near Future. Mettiamo subito le cose in chiaro: questo non è un gran disco. O meglio, non è neanche un disco vero e proprio, dal momento che un buon 45% del materiale era già edito in precedenza (con la prevedibile alternanza singolone vs riempitivo). Questo semmai è un fenomeno. Di quelli che vanno e vengono come le maree, si sa. E però viene voglia di cascarci, vuoi perché non ci si limita a riciclare la solita wave nel solito modo o, come qualcuno potrebbe aspettarsi, a riesumare certi groove madchesteriani.

E’ il – decisamente cattivo – gusto di questi ragazzi che alla fine fa la differenza: come altrimenti giudichereste una band che include nel suo debutto una cover di It’s Not Over Yet, hit techno-pop-trash del 1995 targata Grace? Il bello è che funziona, insieme a tutte le altre trovate: cori in falsetto finto disco – 80’s gay pop (le reminiscenze Jimmy Somerville nel refrain di Golden Skanks), spinte hardcore (la spietata Magick, le scorrettezze Prodigy – con tanto di sirena – in Atlantis To Interzone), collisioni ossessive e dissonanti di quattro e sei corde (su tutte, il riffone di basso in Gravity’s Rainbow), testi demenziali a sfondo sci-fi…

Un mix perfetto di presa in giro e cattiveria, di estetica (new, appunto) rave e dissacratoria attitudine (post)punk, con ineffabile piglio arty-trash. Micidiale, una volta abboccati all’amo. Certo, ora qualcuno vorrà ricordare che gente come i Faint (o gli El Guapo, prima della conversione) cose del genere le faceva già da tempo. Ma non scherziamo, mica sono inglesi, quelli…

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