Recensioni

Tutto il mondo è paese. Le società industrializzate hanno tutte gli stessi problemi. La coppia non comunica, ma potremmo aggiungere semplicemente il celebre adagio: “Non drammatizziamo. E’ solo questione di corna”. Kim Ki-duk avvertiva l’impellenza di dover presenziare per l’ennesima volta al festival di Cannes e per esserci ha fatto il consueto film in tempi record.
Soffio è stato accolto con generosità da “raffinati” esteti del cinema d’autore contemporaneo come Kezich e Mereghetti e ha trovato una rapidissima via distributiva a stagione appena iniziata.
Ormai per certo cinema coreano il mercato, e in particolare il nostro mercato, è tutto in discesa. Potremmo dire che tutto il cinema orientale gode di un’attenzione nel nostro paese altissima (Ang Lee che trionfa ancora a Venezia è lo sconfortante effetto di tutto questo). Sarà pur vero che siamo sempre stati all’avanguardia (Mizoguchi che vince per tre volte di fila a Venezia è un vanto da portare all’occhiello), ma mai come ora si cadeva ai piedi di qualsiasi cosa abbia gli occhi a mandorla e sia inquadrata con un certo gusto raffinato pseudo chic.
Il fatto che il nuovo Kim Ki-duk sia stato distribuito immediatamente a settembre appena iniziato, come Mungiu (che però ha dovuto vincere a Cannes, sennò…), comeShreck e i Simpson… è un dettaglio non irrilevante. Negli anni passati, per vedere cose come Address Unknown eL’isoladovevamo aspettare che Enrico Grezzi ci facesse la cortesia, agevolandoci la visione via Fuori Orario, ma ora basta entrare in una libreria Feltrinelli per poter scorgere vagonate di Time e L’arco in comode edizioni DVD. Se fosse il Kim Ki-duk di un tempo sarebbe un bel segnale, ma purtroppo è l’ombra dell’autore che era.
Ormai ha messo il pilota automatico e Soffio è la dimostrazione lampante che i suoi film sono teoremi freddi e pilotati. Come poter prendere seriamente l’ennesima storia di corna e di incomunicabilità tra coppie? Come poter sopportare silenzi su silenzi il cui unico scopo è quello di bearsi della propria apparente profondità? Come fare a lasciarsi prendere da metafore logore e telecomandate (le stagioni, le foto, l’incisione sul muro della cella, il rapporto omo-affettivo tra i due condannati).
Non c’è verso di lasciarsi prendere da un film che è più freddo del ghiacco siberiano e di una tecnica così goffamente artistica da sembrare televisiva (lo specchio nell’angolo che inquadra i protagonisti di riflesso dal salotto è una cosa di un infantile allucinante…). Per Kim ci vorrebbe una pausa e un bel po’ di umiltà in più, e per il pubblico italiano una disintossicazione da tutto questo esotismo superficiale di plastica.
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