Recensioni

7

Vasumitra, Samaria e Sonata. Tre stadi successivi di abbandono. Tre studi sulle conseguenze delle proprie scelte, alla ricerca del filo di Arianna che possa redimere le proprie azioni. La Samaritana, decimo film di Kim Ki-Duk, è un lavoro sottilmente feroce e implacabile, è l’impossibilità di fare un passo indietro, di girarsi a guardare il proprio destino. Pieno di luoghi e figure tipiche del cinema del regista coreano, vive una particolare tensione tra il vecchio e il nuovo corso; da un lato segue la prassi melodrammatica delle migliori tragedie del Nostro, da Address Unknown a Bad Guy, dall’altro sembra immergersi in quell’estetica mistica e metafisica, fatta di simboli e archetipi, caratteristica pregnante degli ultimi film, da Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primaveraall’ultimissimo The Bow(L’arco). Tutti gli elementi che hanno concorso a disegnare la poetica kimmiana, passano in rassegna e chiedono attenzione dal regista, dal simbolismo salvifico e primordiale dell’acqua, al gioco di patti e compromessi tra vittima e carnefice, fino all’evoluzione della figura femminile per eccellenza del suo cinema , la prostituta.

Jae-yong e Yeo-jin sono due personaggi speculari. Mosse entrambe dal desiderio di racimolare abbastanza soldi per poter fare un viaggio in Europa, mettono su un’ attività di prostituzione, che vede la prima delle due impegnata nell’attività sessuale effettiva e la seconda intenta a gestire il management di clienti e denaro. Jae-yong/Vasumitra, come la divinità indiana che dona il proprio corpo agli uomini “che quando fanno l’amore tornano bambini”e Yeo-jin/Samaria che prenderà in consegna il mandato dell’amica (e velatamente amante) cercando di attuare il folle piano di ripristinare le cose come se nulla fosse successo. La contraddizione che anima Samaria è quella di poter tornare indietro, restituendo corpo e denaro, cercando di togliersi le tracce del rimorso, in un modo non dissimile dal passaggio della spugna sulla pelle dell’amica, per levare i graffi e lo sporco che si annida nell’anima. Il padre di Yeo-jin si troverà faccia a faccia con questa realtà, lontana anni luce dal piccolo mondo da cameretta in cui pensava vivesse la figlia e si troverà ben presto a vivere le stesse dinamiche psicologiche di lei, in una terza parte astratta e piena di silenzi, in cui le cose non dette pesano sui personaggi come macigni.

La Samaritana è un film che si muove su un territorio minato con la leggerezza di una gru, forte del caratteristico (a volte manieristico) lirismo delle immagini. L’occhio del regista, provenendo da Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera, si avvia a raggiungere la perfezione silente di Ferro 3, ma conserva ancora parte della rozza e violenta estetica da periferia degli esordi. Ciò che nuoce al racconto è lo schematismo, l’articolazione netta tra le fasi, che segue un po’ il meccanismo di Primavera estate… senza averne i solidi presupposti metaforici. L’uscita nelle sale italiane, in piena estate, dà comunque la misura del successo del regista coreano. Con un simile plot, i distributori nostrani avrebbero avuto tutte le “attenuanti” del caso per evitare di consegnarlo alle sale, ma Kim Ki-Duk è ormai un regista à la page, e l’esotismo imperante nel nostro paese, come dimostrano il successo di un altro autore coreano come Park Chan-Wook e il mood decisamente orientale dell’ultimo festival di Venezia, hanno una volta tanto giovato alla causa7

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette