Recensioni

Nessuno a Hollywood si sveglia con l’intenzione di andare al lavoro e realizzare un brutto film. Mentre si sta sul set ogni reparto è coordinato in maniera tale che svolga il proprio lavoro e lo svolga al meglio delle sue possibilità, con l’obiettivo finale di consegnare al pubblico la visione di insieme, del regista o della produzione. Per fare un esempio banale, nessuno dei realizzatori di Batman & Robin pensava di star facendo un brutto film, addirittura lo sceneggiatore Akiva Goldsman racconta che nel pieno della lavorazione l’atmosfera era persino più dark di quella ricercata (robe da matti!). Questo piccolo preambolo per chiarire dapprincipio che anche se Artemis Fowl alla fine dei giochi si rivela essere quanto di più orripilante si possa consegnare e spacciare per intrattenimento da grande pubblico, bisogna sempre cercare di capire in che punto qualcosa è andato irrimediabilmente storto, perché è evidente che se la Disney spende 125 milioni di dollari per un primo capitolo di un potenziale franchise cinematografico per ragazzi e il risultato è quello che è approdato in streaming lo scorso 12 giugno, decisamente qualcosa non ha funzionato.

Qualche piccola annotazione. Artemis Fowl è una saga letteraria fantasy partorita dallo scrittore irlandese Eoin Colfer. Composta da otto libri che esaltano in special modo tutte le figure mitologiche delle leggende e delle tradizioni folkloristiche proprie dell’Irlanda, la saga prende il via quando il giovane Artemis Fowl II scopre l’esistenza di un mondo sotterraneo separato da quello degli umani e popolato da ogni genere di creature leggendarie come elfi, fate e gnomi. Il ragazzino, appena 12enne, decide quindi di rapire uno degli elfi per chiedere un riscatto in oro.

Se a fine visione la vostra esperienza con Artemis Fowl è risultata un tantino diversa, tranquilli, non siete pazzi. La premessa di base è stata, infatti, completamente capovolta. Il Nostro non scopre nulla, ma è il padre Artemis Fowl Senior a essere un esperto del mondo sommerso, e fin qui niente di sconvolgente. Se non che il giovane protagonista si arrabatterà alla ricerca di una soluzione quando il padre verrà rapito da una figura misteriosa e oscura, costringendolo a entrare finalmente in contatto con quel vasto e antico mondo fatato per salvare la vita del genitore. I due mondi, che fino ad allora avevano mantenuto le distanze, saranno costretti a una collaborazione al fine di proteggere un prezioso artefatto.

Il motivo di questo stravolgimento di senso e narrazione è stato spiegato, anche se particolarmente a denti stretti, dal regista Kenneth Branagh: «Si è trattato di una decisione inversa a quella fatta da Eoin nei libri, dove lui è descritto come una sorta di villain della saga di James Bond di 12 anni. Per me chi non ha letto i romanzi, avrebbe avuto difficoltà ad accettare una cosa del genere… volevo trovare l’umanità nel personaggio prima di intraprendere un viaggio inverso con lui che porta probabilmente Artemis, a fine film, verso il lato oscuro». Lo shock di tale reiterazione è palese anche nelle parole dello stesso Colfer, che però preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno: «Ho dovuto vederlo due volte, perché durante la prima visione ero un po’ sotto shock nel vedere la mia immaginazione rappresentata sullo schermo. La seconda volta l’ho guardato come semplice spettatore, senza associarlo a me stesso, e mi sono divertito. La prima volta ero troppo nervoso».

Il problema, tuttavia, non è (solo) lo stravolgimento. Adattare è tradire, sempre e comunque. Artemis Fowl è un film irrimediabilmente datato, che poggia la sua intera esistenza sui classici cliché del fantasy pre-adolescenziale, senza cercare minimamente di ricontestualizzare gli stessi sulla base del cambiamento attuato, ovvero nel passaggio da Artemis-cattivo a Artemis-buono. Nella saga letteraria, il fatto che il lettore dovesse provare empatia con un personaggio in fin dei conti negativo si rivelava una carta vincente, forse l’unica all’interno di un contesto già ampiamente abusato come quello del fantasy. Nel film di Branagh non capiamo innanzitutto perché lo spettatore dovrebbe sviluppare un’empatia verso il giovane protagonista, ritratto in maniera respingente da Ferdia Shaw, davvero ciliegina sulla torta di un cast mal diretto e male assortito (ed è una sorpresa, considerato il coinvolgimento di un nome di peso come Branagh in cabina di regia). Artemis Fowl si rivela un polpettone monocorde di tutti gli stilemi del genere, piatto e banale nella messa in scena, e pigro e fallimentare dal punto di vista visivo (tra una CGI imbarazzante e soluzioni narrative grossolane, l’arroccamento nella dimora Fowl occupa tutta la seconda parte del lungometraggio).

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