Recensioni

3.5

Abbiamo già tanti problemi nel mondo, c’era proprio bisogno di aggiungere un nuovo disco dei Kasabian? Prima di ingenerare sospetti di prevenzione e di stroncature per partito preso – la band di Leicester in questo senso sarebbe un bersaglio fin troppo facile – precisiamo che un minimo di curiosità per questo nuovo album, il secondo a trazione totale Serge Pizzorno dopo che nel 2020 il frontman Tom Meighan è stato fatto fuori dal gruppo (comprensibilmente, visto che era stato condannato per violenza domestica ai danni della compagna) tutto sommato c’era. E anche la copertina, per chi ancora fa caso a questi aspetti novecenteschi, predisponeva bene, con quell’allegro lettering pop art e un titolo che, per dichiarazione esplicita di Pizzorno, vorrebbe richiamare gli happening fricchettoni degli Hawkwind degli anni 70.

Il problema, purtroppo, è che poi uno il disco lo ascolta. A parte che gli Hawkwind sono forse la cosa più distante immaginabile dalla musica dei Kasabian di oggi ma pure da quelli di ieri (quello sarebbe il meno), viene da chiedersi se questo pastiche – o pasticcio, che rende più l’idea – di pop mainstream danzereccio, gonfio e spompato allo stesso tempo (ci vuole del talento per un risultato del genere: bravi) abbia un intento satirico. Tipo, per dire, una versione synth-dance-pop dei Rutles o di Spinal Tap, con al posto dei Beatles e dell’AOR le peggio cose di Coldplay, Editors, Kylie Minogue, Stereophonics, U2, Britney Spears e aggiungere a piacere qualunque altro esempio di presenze fisse nelle heavy rotation dei network commerciali degli ultimi venticinque anni.

Ma il pensiero va anche a altre indie band contemporanee che hanno seguito lo stesso percorso, da qualcosa vagamente assimilabile al “rock” a qualcosa vagamente assimilabile alla “disco”. Come ad esempio i Tame Impala, e intendiamo quelli di un disco orripilante come The Slow Rush (non Currents, dove facevano disco ma la facevano bene). Le bollicine sintetiche e la bassline facilona di Darkest Lullaby in effetti ricordano il peggior Kevin Parker, e come primo minaccioso pezzo in programma ha quasi la funzione un poliziotto che ti legge i diritti. Avremmo la facoltà di stare in silenzio, ma davanti al nostro avvocato siamo pronti a sostenere che benché canzone di una bruttezza e di una piattezza uniche è forse una delle migliori della scaletta. Quindi potete figurarvi il resto.

A cominciare alla successiva Call, che vorrebbe essere un riempipista stile 2003 con basso che pompa in stile ibizenco ma più che le spiagge delle Baleari fa venire in mente un autogrill sulla Torino-Savona. Coming Back to Me Good invece pare una versione da AI del classico tormentone dance 80/90, dove ci si gioca pure il refrain “ready or not” che come si sa nel pop funziona sempre: peccato che i Fugees non c’entrino niente, forse più Rick Astley. How Far Will You Go alza un po’ il quoziente di cattiveria ma è una roba che gli Arctic Monkeys si vergognerebbero a usare come B-side in un singolo pubblicato solo in Uzbekistan.

E più si va avanti peggio è. Bird in a Cage fa il verso a Gary Numan con tutti i suonini synth al posto sbagliato, Hell of It e G.O.A.T (da intendere come “più grande di sempre o più appropriatamente come “capra”?) sono ingolfati di tutto tranne che di una linea melodica, mentre un po’ di speranza almeno per il titolo la suscita Italian Horror. Italo-disco? Library alla Picccioni/Umiliani? Ma figuriamoci: un’altra tamarrata a base di “oh oh oh” che fa sembrare Sandy Marton uno dei Popol Vuh.

Si dice, tuttavia, che i testi di Pizzorno siano un plus. In fondo è uno che ama citare, Artaud, Camus, il cinema sperimentale degli anni 60, Bukowski, Mark Fisher. Immaginiamo ci si riferisca a liriche tipo “ay ay ay yeah/woo, woo, woo/hu yeah/ crush hit/ eh oh ah/eh oh”. Ricordarsi di stamparle, in modo da averle sempre dietro quando si vuole fare una citazione intelligente.

Non c’è niente di male nel voler fare della musica votata al dancefloor, anzi. Il problema è che qui tutto suona drammaticamente vecchio, stereotipato, parodistico. L’ultimo brano si chiama Algorithms, inizialmente ha una parvenza di melodia poi finisce nel pantano iperprodotto del resto dell’album. A un certo punto Pizzorno canta: “algorithms taking control/the robots believing they have a soul/they’ll never feel love/oh oh like this”. Se questi sono i risultati dello human touch, ma tutta la vita gli algoritmi.

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