Recensioni

6.4

Fuori dai Paesi di lingua anglofona, certi sottogeneri non hanno attecchito come sperato dai loro presunti alfieri. L’Italia, si sa, nei seventies fu terra fertile di ghirigori progressive, complice l’amore insito in barocchismi e complicazioni della nostra tradizione europea Classica e, di riflesso, popolare. 

Col punk si trattava di esprimere molto con poco. E in pochi appunto, a conti fatti, riuscirono nell’intento. Quando negli States e in Gran Bretagna svastiche e sputi battevano cassa, da noi si viveva l’apogeo della prog-mania. Giocoforza, raggiunti al traguardo del punk alla fine del decennio, i musicisti del Bel Paese ne imbastirono una versione già stilizzata dai primi venti della new-wave. Il punk italiano zoppiccò a partire dai suoi primi passi, appesantito dalla smania di denunciare una società corrotta, genitori bastardi, ragazze troppo facili e metropoli invivibili. Una serie di luoghi comuni insomma che, riletti a trent’anni di distanza, incutono un misto di tenerezza e vergogna come ne provavano i primi rocker ascoltando “dinosauri” della musica leggera quali Orietta Berti o Claudio Villa.

Approcciarsi al full length dei Kaos Rock è più che altro un’occasione per riconoscere una volta in più la lungimiranza della Cramps; l’etichetta milanese infatti, dopo essere divenuta il primo esempio davvero indipendente in Italia e aver forgiato alcune delle più preziose espressioni di prog e jazz rock tricolore, tentò pure di affrontare l’incognita punk, con risultati evidentemente inferiori ai precedenti. In questo W.W. 3, testi e musiche di Gianni Muciaccia (per intenderci, l’attuale regista di Tv Moda, programma condotto dalla compagna, l’ex-Kandeggina Gang Jo Squillo), più che dipingere le scene di un ipotetico terzo conflitto mondiale, sono l’esempio evidente di un’estetica che mal si adatta alla nostra lingua, naufragando dopo pochi minuti in un oceano di manierismi.

Il guaio è che cantando versi come “Keccha maledetta!”, “Solo smog da gustare con il piscio del mio cane” o “Fumetti colorati sporchi di merda” il povero Cesare Pedrotti sembra l’attore mediocre di una partitura che non gli appartiene; nessun senso di urgenza nelle quattordici canzoni qui raccolte, ma un tentativo suonato con perizia (è un vantaggio?) che testimonia un periodo storico in cui la canzone italiana provò a spogliarsi di alcuni suoi orpelli, sognando una rivoluzione che non siamo mai riusciti ad attizzare.

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