Recensioni

Con The Life of Pablo il caos aveva tutto il senso del mondo; anzi, il processo che aveva portato alla versione finale dell’album, con il suo approccio mutaforme ed effimero, dalla data di uscita all’ordine della tracklist, passando per mix e strofe dei singoli brani e bizzarri canali di pubblicazione, rischiava davvero di rivoluzionare l’idea di rollout e costruzione del famigerato “hype”. Rischiava di minare concretamente la linearità dell’iter annuncio-promozione-uscita di un album, a favore di un percorso liquido (quasi gassoso) verso la creazione del “packaging” definitivo. A dirla tutta, anche con Donda, 5 anni dopo, l’effetto Kanye West rimaneva brillante e astuto, con quel suo mix tra onnipotenza, provocazione e shock, bugie e trucchetti, prima di arrivare al disco in sé nella sua versione streaming. Insomma, chi può dimenticare quei gargantueschi listening party che ci hanno traghettato verso il decimo album in studio del genio pazzoide? Chi si scorda quando, dopo aver quasi perso le speranze, l’album è uscito una domenica qualsiasi fuori da ogni logica discografica? Senza copertina o promozione?
Ma allora, questo solito gioco di leak, promesse, posticipi, ormai endemico nel mondo di Ye, funziona ancora o ci siamo stancati? E soprattutto: Bully, uscito finalmente dopo più di un anno di rumor e voci di corridoio, cosa porta, cosa rinnega, cosa ricostruisce del continuum artistico-personale di Mr. West? Ed è qui che emerge il più intrigante dei fascini e la più gravosa delle condanne che il recente Ye si porta dietro. Il dodicesimo album di Kanye, uscito un anno dopo la versione raffazzonata e iper-satura di AI pubblicata sotto forma di cortometraggio, è perfettamente in pendant con la biografia recente del suo autore: una riproduzione fedele dei suoi deliri di onnipotenza, della solitudine, dei problemi psicologici e dei drammi domestici che il rapper ha vissuto nella sua pelle. Proprio come uno specchio stendhaliano che riflette e incapsula la realtà extra-artistica, Bully è al contempo redenzione e sfanculamento, genialità e perdizione, abbozzo di catarsi e un gigantesco dito medio rivolto a un destinatario indistinto. Bully è quindi Kanye West, e Kanye West è Bully, irrimediabilmente.
Un disco distante dal miglior Kanye, ma che indubbiamente è il più dignitoso e rispettabile della sua fase recente: del doppio capitolo incompleto – fuori fuoco e spesso offensivo – di Vultures, o di Donda 2, che aveva mostrato quanto uno Ye in totale sfacelo mentale potesse crollare anche artisticamente. Qui, quantomeno, sembra emergere uno sforzo di ripulire la propria immagine — ancora vano sotto diversi aspetti, ma che guarda alla parte migliore del proprio io.
A livello extra-musicale, se da un lato West ha infatti chiesto pubblicamente scusa per i suoi commenti antisemiti e filo-nazisti del 2022, dall’altro pesano (e non poco) le accuse di molestie sessuali mosse da due querelanti: una dalla modella Jennifer An (relativa a presunte aggressioni avvenute a settembre 2010 sul set di In for the Kill dei La Roux), l’altra da Lauren Pisciotta, sua ex assistente tra il 2021 e il 2024, che ha denunciato West per violenza sessuale e sequestro di persona. A questo si aggiunge la sua presenza e il supporto pubblico nei confronti di Sean Combs – aka P. Diddy – (probabilmente Ye è l’unico personaggio di spicco che ancora lo supporta pubblicamente), elementi che rendono difficile separare l’opera dal personaggio.
West allora, rifugiatosi a Tokyo, in un isolamento autoimposto — richiamo diretto alle Hawaii di My Beautiful Dark Twisted Fantasy dopo lo scandalo Taylor Swift — prova a rialzare la testa con Bully. E, proprio come in Donda, quando non sa come ricostruirsi, sceglie la via del compendio e dell’auto-referenzialità: il sample-based rap dei primi lavori (The College Dropout, Late Registration), le abrasioni della fase intermedia (My Beautiful Dark Twisted Fantasy, Yeezus), la tensione spirituale degli ultimi capitoli (Ye, Jesus Is King), il pozzo di synth di Graduation e i caleidoscopici pastiche di The Life of Pablo.
Ne viene fuori un album incompleto, fallace, pasticciato: senza un vero centro, senza linearità. Ed è proprio per questo uno dei tentativi più interessanti, dai tempi di Pablo, di ricostruire la sua indecifrabilità artistica, il suo sguazzare nel proprio universo, la sua impossibile paratassi. Si alternano senza soluzione di continuità ballate malinconiche, distorsioni cupe, chipmunk soul, gospel astratti, sintetizzatori, retromanie, marce belliche, derive sperimentali, languidi minimalismi. La tracklist, affollata e delirante, si frantuma fin dall’inizio, senza mai più ricompattarsi.
Nel marasma, note di merito vanno a King, intro che mette subito l’accento – un po’ paraculo, a dirla tutta – sulla biografia recente di West (“the hating just brought me more love / the pain was truly blurrin’ my thoughts up”), tra taglia e cuci ipnotico e martellamento ritmico (a metà tra Yeezus e il fratellino minore Utopia di Travis Scott); All The Love con Andre Troutman, quasi “instant classic”, con la sua impalcatura paratattica di sintetizzatori, percussioni, cantilene e voci pitchate; Whatever Works, una sorta di Through the Wire 2.0 che richiama il periodo dell’orso; Sisters and Brothers, minimalista e disillusa; Preacher Man, autocelebrativa, pomposa, spirituale, giocherellona.
Tra i momenti più riusciti anche Father, quasi un passaggio di testimone a un dimenticabile Travis Scott, e I Can’t Wait, con uno splendido beat neo-soul costruito su You Can’t Hurry Love delle The Supremes e un sentore di distensione lo-fi che invade il brano. La title track, invece, è un quadro drumless su un insospettabile sample indiano, dove West e CeeLo Green si muovono come despoti nevrotici della propria realtà.
I pezzi, insomma, ci sono. E a parte alcune derive più deboli (Punch Drunk, This a Must, Damn, Last Breath con Peso Pluma), Bully potrebbe avere anche la stoffa per essere più di un semplice delirio di onnipotenza. La chiave espressiva, di questo ciclico ripetersi di lamenti, dichiarazioni di forza e rivendicazioni artistiche, sembra stare più nei campionamenti e negli squarci vocali che nell’inchiostro di Ye, usati nella più Dill-iana delle maniere possibili: loop, frammenti, frasi spezzate che costruiscono un percorso emotivo. È lì che West prova a ricomporsi.
Alla fine la metamorfosi discografica del genietto rimane il chiaro segno di come la pressione della fama, i lutti, lo smarrimento e l’instabilità mentale possano impattare su un artista. Possano essere la propria delizia e condanna, allo stesso tempo.
Con Bully ritroviamo il Kanye West che, in parte, rispettavamo: incasinato, demiurgo e insopportabile arrogantone, affascinante e stronzo, ferito e provocatorio. Lontano anni luce dai suoi picchi, ma finalmente di nuovo rilevante, qui torna a parlare di sé — niente Hitler, niente deliri complottisti, niente forzata “spotlight” — solo Ye che parla di Ye. E, oggi, è già un passo avanti.
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