Recensioni

In una scena elettronica di Londra Sud sempre più rarefatta, sembrano esserci segnali di vita da Bala Club, collettivo dietro alla serie di club night omonima che assieme a ENDLESS ha segnato la prima metà degli anni Dieci all’insegna di sonorità corrosive e tonanti selezioni post-genere. In triangolazione con i circoli PAN/Janus di Berlino e GHE20G0TH1K di New York (anche quest’ultimo riabilitato di recente dalla DJ Venus X), Bala contribuì a veicolare una visione DIY del club come raduno inclusivo e ‘contrario’ per misfit dai gusti onnivori. Pur allineandosi a una sensibilità diffusa in quel periodo in ambito elettronico, Bala si ritagliò un’estetica distintiva, tra sfumature emo e un escapismo ispirato tanto al nu metal degli anni Duemila quanto agli eccessi iconografici del pro wrestling.
All’indomani della chiusura nel 2019, il produttore di Brixton di origini cilene Kamixlo, tra i fondatori originari dell’impresa, ha continuato a preservare lo spirito e l’immaginario di Bala Club nei suoi lavori. Il suo album di debutto del 2020 per PAN Cicatriz esorcizzava un periodo di difficoltà personali tra riferimenti ai Limp Bizkit, ritmi dembow sparatutto e demonici sub bass, qualificandosi come con uno dei lavori più irriverenti e accessibili all’interno di un canone ‘deconstructed club’ che Kamixlo sembrava voler al contempo rinverdire e storicizzare. Dietro le quinte, l’artista nutriva i rapporti con la scena cloud rap e la Drain Gang in particolare, mentre il wrestler giapponese KENTA finì per ricambiare gli omaggi di Kamixlo nei suoi sample, selezionando la title-track di Cicatriz come brano ufficiale per i suoi ingressi sul ring.
Non sorprende dunque ritrovare sulla copertina del nuovo album di Kamixlo DEATHWORK, un po’ a mo di feticcio, una maschera da wrestling come tante ne indossavano i tipi di Bala Club ai tempi d’oro, come se l’artista volesse riaccendere un faro su una scena musicale ben più frammentaria di allora, ma non per questo meno influente. L’ubiquità di sonorità latino-americane nei club odierni, per esempio, è in pieno allineamento con l’eclettismo promosso dai circoli di cui sopra, un debito che il primo singolo Pitch Black sembra quasi voler rivendicare. Qui l’ossessivo beat di Kamixlo e i vocal ansimanti di Isabella Lovestory, sfrenata nel tracciare i contorni di una sessione S/M («Me encanta el castigo, cortita ya no me puede controlar»), si incontrano dando vita a una sorta di viscoso dungeon reggaeton fustigato da sbavature elettriche. Incastonato tra le angeliche linee vocali di Ketamine Fields, in apertura, e la hard dance psichedelica di Combe, il brano suggerisce il ritorno di un edonismo che Cicatriz aveva in gran parte appeso al chiodo.
DEATHWORK, non badate al titolo, pullula di vita. Risate demoniache, sussurri, pianti, urla d’astrazione scream-o: il confine è spesso troppo labile per estrarre un vero e proprio impianto narrativo dal coacervo di sample vocali distorti oltre misura. Eppure, in sospeso tra momenti di malinconia (il morbido puntillismo di EGO FRAGILE/SPIRIT WEAK), disperazione (il centrifugato noise-techno Godless) e euforia (l’ottima One More Time At The Line, in cui nitide sonorità house si azzuffano con una martellante sampledelia che a tratti mi ricorda un’altra maschera da copertina, quella di Daft degli Art of Noise), sembra emergere una figura centrale pronta a salire sul ring e misurarsi con i propri demoni.
Il musicista Fletcher Shears aka Puzzle del duo punk The Garden giunge in soccorso in Chaos («Imma sniff you out like a fuckin’ bloodhound»), un numero rap trainato da una torbida linea di basso in cui il debito con il nu metal viene declinato in una sorprendentemente addomesticata chiave pop-rock. Anche il produttore di Berlino Mechatok arriva in coda ad ammorbidire i toni nel leggiadro strumentale Insect, una sorta di montaggio di paranoie notturne che, per quanto suggestivo, rimane fermo allo stadio d’interludio e fatica a decollare. In Bladee, invece, Kamixlo trova l’arbitro più congeniale: Death Forever sposa senza remore l’immaginario emo e le sonorità soffuse dei circoli cloud rap vicini al tormentato rapper svedese («Drug abusing, a life suppression/Fear of hell, ashamed of heaven») con le pugnalate di synth, le urla, le risate malefiche e le mostruosità da videogioco horror tipiche dell’arsenale di Kamixlo. Si tratta di un piccolo saggio del sound centrifugo e dell’approccio semiserio di un artista che, nonostante i tanti riferimenti più o meno letterali a visioni e dimensioni postume, rimane emblematico di un microcosmo che ha ancora molto da offrire.
Amazon
