Recensioni

5.8

Il nuovo disco di Jonathan Kane ha addosso lo stesso abito di blues infetto e kraut psicotico che si era visto alcuni
anni or sono sul debutto February, denominazione poi passata
a chiamare l’intera live band di accompagnamento. Nei fatti Kane è il deus ex
machina del suo stesso mondo, il motore ultimo di ogni singola nota, mettendo
mano a chitarra, batteria e basso per tutto il disco, salvo qualche marginale intervento
altrui qui e li, come le voci di Lisa B. Burns e Peg Simone che ancorano ad un lato umano la ballata di Up In Flames. Kane rilegge il blues attraverso la lente della ripetitività
arrivando all’anello principale che lega le sue ipnotiche frasi di chitarra
western ai pattern ritmici di un’avanguardia comunque più colta di lui.

Quindi da
un lato si ha l’impressione che a lui piacca recitare la parte del cowboy
solitario che entra nel saloon al suono dei più classici riff country blues
come nell’introduzione di Smear It. D’altro
canto, messa così sarebbe solo l’ultimo sfrontato chitarrista da pub che suona
gli stessi giri di sempre, ma l’ex Swans usa la ripetizione per ipnotizzare e
prendere lentamente l’ascoltatore in quelli che poi diventano veri e propri
mantra ipnotici del tutto assimilabili a Terry Riley o La Monte Young. Certo il
disco è davvero tutto così. Ascoltato un brano, ascoltati tutti e il gioco di
Kane arrivati al secondo disco mostra un po’ troppo le corde o per lo meno
adesso è davvero troppo scoperto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette