Recensioni

In un mondo di colori, ciò che è diverso (ma diverso da chi?) può solo vestirsi di nero, perché pauroso, deriso, denigrato, allontanato. Il mondo di Wicked è un tripudio di tonalità enfatizzate nella loro vivacità, perché saturate, accese, brillanti, proprio come la città di Smeraldo che domina dall’alto e che tutto richiama a sé. Ma Elpheba non ha colore, se non sulla pelle. È verde, Elphaba. E per questo ignorata, respinta, circondata da sospiri di paura.

Nel film di Jon M. Chu (adattamento cinematografico dell’Atto I dell’omonimo musical di Winnie Holzman e Stephen Schwartz, tratto dal romanzo Strega – Cronache dal Regno di Oz in rivolta di Gregory Maguire), al di là di una resa visiva ineccepibile, giocata su movimenti di macchina dinamici, raccordi di un montaggio ora serrato, adesso disteso, split-screen chiamati a unire personalità inizialmente incompatibili, e una fotografia brillante, capace di avvolgere nella luce i propri personaggi, vive nello spazio delle sue fondamenta un messaggio forte di denuncia sociale.

Wicked
Glenda ed Elphaba durante “Popular”

Il colore della pelle si fa qui benzina che alimenta una produzione costante di pregiudizi; una macchina di gridolini, di prese in giro, di attacchi, pronti a colpire, e spingere chi è buono, ad abbracciare piano piano il lato oscuro di se stesso.

Eppure Elphaba è un contenitore di un’anima buona. Lo dimostra il suo rapporto con colei che è la perfetta antitesi del suo essere: Glinda è bionda, angelica, vestita di rosa, topos dell’anima ambiziosa, sicura, ma dal cuore buono. Ma il verde, ci dicono le due, sta bene anche con il rosa e così Wicked diviene saggio degli opposti che si attraggono, si aiutano, si avvicinano per poi allontanarsi per sempre. La rottura dei vetri, delle superfici riflettenti, quasi a voler rendere impossibile il mostrarsi nello spazio di un riflesso, si fa perfetta proiezione visiva di un’interiorità che Elphaba tenta di tenere celata, ma che fuoriuscirà in tutta la sua potenza, grazie soprattutto alla performance di Cynthia Erivo e che le permetterà di scappare, e sfidare la gravità.

È un ambiente fiabesco Wicked, costola da cui prenderà vita il cammino di Dorothy ne Il mago di Oz e come tale viene impostato da Chu e dallo scenografo Nathan Crowley. Tutto vive di sogni, di pagine di una fiaba che magicamente prende vita tra scale, palazzi signorili usati come accademie, stanze eleganti, animali parlanti e laghetti bucolici. Ma per un animo in combutta, come quello di Elphaba, quello spazio così immacolato, è pronto a distruggersi, rompersi, come le finestre della propria stanza. Un’interiorità rotta, la sua, spaccata dal pregiudizio degli altri, lo stesso che intaccherà altri esseri “inferiori” come gli animali. Ma non può esistere luce senza ombre, ed ecco che la fotografia di Alice Brooks sa quando giocare con un buio pronto ad avanzare, come una strega cattiva, inglobando tutto e tutti.

Cynthia Erivo
Cynthia Erivo nei panni di Elphaba

Tra le mani di Chu, la performance diventa danza, e la danza diventa parte di una caratterizzazione di personaggi che cantano, ballano, vivono, sorretti da una cinepresa incapace di distogliere il proprio sguardo su di loro. Il regista (firma dietro opere come Step Up e Sognando a New York – In the Heights) esalta ogni movimento, cogliendo sia l’ironia espressiva (oltre che verbale) di Ariana Grande, che quell’iniziale impassibilità pronta a esplodere in mille emozioni di Cynthia Erivo.

Balla la cinepresa di Chu, lo fa con armonia, senza sbagliare, e stando sempre attenta a non interferire troppo nella resa dei brani, o nei passaggi coreografici dell’opera. Immersa nei suoi giochi di prestigio, e catturata da una messinscena fatta di riprese dall’alto richiamanti il musical classico di Busby Berkeley, la città di smeraldo si tramuta allora in un coinvolgente parco divertimenti. È un mondo pieno di giochi di ombre, proiezioni rimandanti al proto-cinema delle origini, di modellini, magia, Wicked; un film per bambini pronti a diventare adulti, e per adulti pronti a tornare bambini. Dalla fiaba prende vita e della fiaba si infonde di vita, il film di Chu. Lontano dai limiti imposti dagli spazi teatrali, il musical sfrutta appieno l’ampiezza pseudo-infinita dei set, rendendoli ancora più ampi grazie alle dinamiche, ai movimenti, alle carrellate, alle panoramiche, alle inquadrature ribaltate, in un gioco pirotecnico che ammalia e convince, suggerendo l’infinito da dominare e attraversare a bordo di una scopa.

Wicked
Elphaba e Glenda

Tutto in Wicked nasce e si sviluppa in funzione della storia, nella sua massima, irresistibile, resa. Eppure, è proprio dietro a questo studio accurato, esacerbato, dove tutto si muove in punta di piedi per poi esplodere in un finale da brividi, che si rivela la natura artificiosa di un musical come Wicked. La magia c’è, viene compiuta, ma spesso fa capolino il trucco, si percepisce la ricerca della strega di rendere tutto perfetto, tutto credibile. Questi spazi così irreali, eppure coerenti con l’ambiente immortalato, a volte sono troppo calcati nella loro restituzione cromatica.

Tenta così tanto di far volare l’immaginazione dello spettatore, che il film diretto da Chu rischia di calcare la mano, volare troppo vicino al sole, e bruciarsi le ali come Icaro. Ma nel complesso Wicked funziona, convince e ci ipnotizza. Sequenza dopo sequenza, decidiamo di salire non solo sul treno verso Oz, ma anche di volare insieme a Elphaba sulla sua scopa; accettiamo termini e condizioni di questo patto narrativo, danzando, immergendoci in un “non luogo” magico, che ci ingloba in una palla di vetro, per poi risputarci fuori nella realtà. Una realtà dove non c’è più rosa, o verde, ma mille sfumature di una quotidianità in cui sta a noi decidere chi siamo, se streghe buone, o perfide streghe dell’ovest.

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