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«Don’t hide your face, what you were before. Doesn’t have to be you any more». Il verso iniziale del nuovo album dei Jimmy Eat World racchiude in uno spazio brevissimo tracce di rinnovamento sfacciato, di un’opposizione al pensiero comune e, più in generale, di un nuovo corso. Se infatti il trittico Chase This Light, Invented e Damage stava portando la band verso un naufragio ideologico, Integrity Blues aveva riportato il vento in poppa, con nuove idee e una rielaborazione sempre presente sottotraccia dell’emocore degli esordi. Surviving prosegue, o almeno nelle intenzioni tenta quella strada, la campagna di rebranding con un tema importante portato alla luce dallo stesso Jim Adkins: «I was a passenger in my own body for 36 years and never realised it. I didn’t know it because I was letting a voice inside my head tell me all sorts of lies to continue life at the minimum. As I grew older that minimum got lower… and then lower»

Il racconto della presa di coscienza in tema di depressione, mancanza di autostima e paura del mondo esterno ratifica un incipit di album così diretto e rende chiari alcuni passaggi all’interno del disco in cui, almeno sul piano testuale, l’autoanalisi funge da esorcismo. Il sound però non sempre riesce a sorreggere una materia così densa, e succede che venga eccessivamente diluito, specie nelle prime tre tracce, in banali soluzioni power-pop. Bisogna aspettare i richiami synth agli anni ’80 di 555 («Got the feeling I’ve been talking to a dead, dead line. There’s always a reason to let it change») o All the way (stay), in cui l’energia power pop viene incanalata e giustapposta per notare un certo livello di stratificazione stilistica e godere di qualcosa che vada oltre l’esercizio. Spetta a Diamond raccontare il vero processo che sottende l’intera poetica dell’album e fornire uno spaccato interessante sul rapporto con il tempo: «Give yourself the right chance over time, don’t believe them if they try to sell you something quicker». Anche qui quello che manca è un certo grado di abbandono, una sorta di trasporto onirico (di cui alcune tracce sono presenti nell’outro Congratulations) necessario per esplicitare certi concetti e andare oltre la nostalgia.

Acclarata dunque la posizione di Surviving nella scia del precedente Integrity blues e confermata la bontà di alcuni momenti all’interno dell’album, l’intera produzione si configura ancora come una nicchia evocativa per fan di lungo corso e, nonostante una dichiarata e manifesta ricerca di identità, priva di un vero e proprio (almeno nella realizzazione) new deal.

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