Recensioni

A volte ci sono degli approcci con alcuni album che si rivelano del tutto sbagliati agli ascolti successivi. Questo è ciò che è successo con The Art Of Fiction di questo ventitreenne inglese Jeremy Warmsley. Che sia dovuto dalla disattenzione dell’ascolto o dalla elusiva, confusionale natura del disco non ci è dato sapere ora. Ci basti sapere, invece, che questo esordio è un riuscitissimo esempio di collage musicale fatto in casa. Con chiare influenze folk, pop, beat, soul, elettroniche e addirittura di musica classica condite da un domestico uso di laptop mai troppo invasivo. Nonostante ci siano una quantità estrema di suoni che si rincorrono, si sfiorano e si sovrappongono in continuazione, che in un altro caso avrebbero appesantito e arzigogolato troppo il risultato finale, la bravura di questo giovanissimo inglese sta proprio nel non farcela notare troppo, riuscendo a incastrare il tutto in maniera sorprendente.
Questo album riesce a evocare un numero impressionante di artisti – tra i quali i più evidenti sono Paul Simon, Radiohead, Arcade Fire e Brian Eno – senza mai dare la sensazione di essere marcatamente derivativo. Anzi, è come se questi fossero tutti presenti sull’attenti tra le quattro mura della cameretta di Warmsley pronti a eseguire ogni sua direttiva. L’impressione è proprio quella che sia lui a comandare, che sia lui ha decidere quale direzione intraprendere senza rimaner troppo legato a un artista o a un genere in particolare. Siamo molto vicini agli Architecture In Helsinki per complessità sonora e a Why? per attitudine sperimentale, ma Warmsley si muove su un territorio di base decisamente più folk.
È sorprendente la sua capacità di cambiare agilmente registro all’interno di una stessa canzone, passando da generi musicali più disparati. Morden Children ne è un chiaro esempio: inizia come una canzone dei Joy Division che, passando nel frullatore beat di Beck, finisce per acquistare un passo decisamente country-folk alla Wilco. Ma oltre a questa dote stilistica del Nostro, a suo favore giocano anche le facili, dirette e spensierate linee vocali che riesce a far planare leggere su quei mosaici sonori. Come avviene magistralmente in I Promise, la canzone più riuscita dell’album, che si dischiude malinconica su un folk sbilenco, molto vicino alle derive nostalgiche di Adem, tanto struggente quanto indimenticabile per quella melodia senza tempo che non smetteremmo mai di canticchiare.
Dirty Blue Jeans, 5 Verses e I Believe In The Way You Move rappresentano gli episodi più incalzanti con delle melodie tanto immediate in grado di poter raggiungere anche il grande pubblico. Ma non mancano neppure atmosfere più introspettive evocate sia dal classicismo di I Knew That Her Face Was A Lie che dall’incedere obliquo di A Matter Of Principle. Un esordio convincente. Un album composto da canzoni che, nonostante si muovano incontrollate in mezzo a imprevedibili soluzioni sonore, risultano sempre contagiose e nostalgicamente sbarazzine. Questo disco ci lascia il sorriso sulle labbra. Il primo ascolto spiazza creando confusione, il secondo convince mettendo a fuoco, il terzo ammalia contagiando. Un dolce procrastinare il piacere dell’ascolto. The Art Of Fiction, per l’appunto.
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