Recensioni

Il cosiddetto sophomore album è una trappola vietcong ben congegnata e occultata altrettanto bene nella foresta pluviale dell’industria musicale moderna: un ostacolo pronto a far inciampare soprattutto chi proviene da un debutto discografico di livello assoluto come Jalen Ngonda, che ritorna sulle scene a tre anni di distanza dall’acclamatissimo Come Around and Love Me.
Questa volta è il turno di Doctrine of Love: una spremuta di R’n’B, Motown, un concentrato dell’anima inconfondibilmente soul del cantante americano, che prosegue sulla falsa riga degli esordi senza rischiare davvero nulla. Squadra che vince non si cambia, e la tracklist del nuovo album è un manifesto difensivista degno delle peggiori “Italie” calcistiche degli ultimi decenni.
Alla produzione ritroviamo i collaboratori Michael Buckley e Vincent Chiarito, abili nel catturare lo stile unico e fortemente analogico del virtuosissimo cantante trapiantato ormai da diversi anni nel Regno Unito, dove ha frequentato il Liverpool Institute of Performing Arts (fondato da Paul McCartney in persona), in un’improbabile quanto riuscitissimo trasferimento transoceanico per inseguire una carriera artistica partita subito a razzo.
A spiccare già dal primo ascolto sono gli arrangiamenti raffinati e patinati del singolo di lancio Anyone In Love. La title track Doctrine of Love, già dai primi battiti, riecheggia più di qualcosa di Back to Black, con un fortissimo sentore di Amy Winehouse. Il falsetto graffiante dei due artisti, dopotutto, può essere confrontato senza neppure questi enormi voli pindarici: Jalen ne dà sfoggio soprattutto nei brani come il gospel Mr. Train Conductor, oppure il blues I Can’t Ever Leave You. L’album prende poi forse la tangente di territori più prevedibili e legati ai più classici cliché del genere. Eppure, anche attraverso la familiarità di brani come Good Good Love, brano lento e delicato, da ballo di fine anno nella palestra di una scuola americana degli anni ’60, Doctrine of Love conserva comunque un’identità sufficientemente riconoscibile.
Ngonda mette a nudo il proprio cuore attraverso melodie intense e sinuose, capaci comunque di sorprendere e colpire nel segno a ogni svolta. In questo disco si parla soprattutto di amore, di quello finito male, perduto, della delusione e della disillusione che questo può causare, senza lesinare un prevedibile twist costruttivo e una spruzzata di positività, del tipo “vediamo sempre anche il lato positivo, la bellezza nell’orrore”.
Jalen Ngonda non ascolta, per sua stessa ammissione, praticamente nulla che sia stato prodotto dopo il 1972, e si sente. Più colto e credibile dei suoi contemporanei, magari dei Silk Sonic; meno centrato di mostri sacri come un certo Marvin Gaye, Ngonda continua nella sua personale ricerca di una sensibilità artistica originale, ma è forse proprio la scarsa unicità e la voglia di rischiare il meno possibile a tradire momentaneamente la sua scalata nel firmamento della musica mondiale. Nulla da eccepire, tuttavia, al talento e alla bravura del cantautore: Doctrine of Love è un prodotto di qualità, e questa è ormai l’asticella posta da Jalen, decisamente più in alto della media attuale, ma forse ancora troppo in basso rispetto al suo potenziale.
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