Recensioni

Ancora più fuori dal dancefloor, sempre più morbido e delicato. Il nuovo lavoro di Jacques Greene, che arriva a due anni dal precedente Feel Infinite e a uno dall’EP Fever Focus, rimarca con maggiore, e qui dichiarata, intensità la distanza del producer canadese dalle metriche del clubbing.
Se il precedente disco, pur dichiarandosi vicino alla pista da ballo intesa come «spazio vitale per le nuove generazioni», tradiva le aspettative inserendosi nell’alveo di una pop house poco incline alle notti sui quattro tempi, questo Dawn Chorus è più esplicito nel porsi come racconto alla fine di un party. È un lavoro che accompagna il calo di dopamina alle prime luci dell’alba, avvalendosi di ritmi e richiami 90s filtrati da luci soffuse e sensuali: Do It Without You, ad esempio, avvolge i breakbeat in un’atmosfera romantica dai cullanti vocal. Pensate a Burial ripreso (e sterilizzato) da Machinedrum. In Night Service – con ospite allo spoken word – troviamo invece gocce acid sciolte nella notte trance. Come dire: musica fatta così, fatta a temino prefab, funziona per forza ma dobbiamo per forza accontentarci? In altri episodi, il Nostro la butta su un’abusata elettronica tra dance e gentilezze, accodandosi agli amici del sopracitato ex producer mascherato, ovvero Four Tet, Floating Points e Caribou. C’è anche qualcosa di Apparat e Moderat sul lato più trance (Sibling), e come non farselo mancare? E quindi perché non aggiungerci un po’ di electro-r&b di nuovo dalle parti del più capace Machinedrum in solo o con JETS (Whenever, Distance e Stars)?
A convincere c’è For Love, tra citazioni afro-house e profumi funky, ma non basta a far tornare i conti a un disco che di Greene ha poco e di quelli che sono ormai standard produttivi ha forse tutto. A pensarci bene, Dawn Chorus par quasi un (involontario) omaggio all’elettronica degli anni ’10, una sua versione generalista psych dance di cui facciamo anche a meno.
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