Recensioni

Gli Iron Reagan da Richmond, Virginia, si sono imposti sin dalla loro nascita come uno degli act più genuinamente bizzarri e tremendamente schietti nel nuovo corso del metal americano. Nati come side project di lusso per il volere di membri appartenenti a due storici gruppi della scena di Richmond, i Municipal Waste e i Darkest Hour, i Reagan ereditano dai due progetti principali i vari elementi che vanno a costituire l’essenza e la formula della band: dei primi si possono sicuramente rintracciare i testi fortemente politicizzati – ma caratterizzati anche da un piglio smaccatamente ironico, o in altri casi semplicemente delirante – dell’esplosivo leader Tony Foresta (che canta in entrambe le band); dei secondi (ma anche dei primi) la rapidità del riffing e la compattezza dei suoni, per quanto quest’aspetto sia maggiormente diluito e il sound, di matrice thrash, tutto sommato tenda più verso l’hardcore punk – soprattutto nella struttura e nella durata di pezzi che variano dal minuto scarso a massimo due, tre minuti. Una band che quindi è ben legata al proprio retaggio, a un sound ben definito e a uno state of mind piuttosto solido (il nome, del resto, è piuttosto eloquente), elementi che sono anche la spina dorsale di Crossover Ministry, rutilante e rumorosa macchinetta da guerra spara-slogan e terzo full-length (secondo su Relapse Records) dopo il successo piuttosto inaspettato e clamoroso di The Tyranny of Will (alla sua uscita, nel 2014, vinse le simpatie di molti headbangers grazie all’attitudine sfrontata della band, una sorta di S.O.D. carburati ad Antrace, ma con un’attitudine genuinamente cazzona e ribelle in maniera cheesy alla Beastie Boys / Suicidal Tendencies).
Crossover Ministry ripropone quindi pedissequamente lo schema vincente del suo predecessore, aggiungendo una produzione se vogliamo ancor più catchy e levigata, iper compressa, che di certo trasuda HC da tutti i pori, ma ripulita dalle sporcizie del DIY e anzi scaltra, molto ben confezionata, e quasi affiliabile ai codici non scritti della loudness war. Tecnicismi a parte, l’album non è nient’altro che una prosecuzione dei lavori precedenti, e molti si aspetterebbero una rinnovata e rabbiosa energia nei testi di Foresta e nell’attitudine generale della band, soprattutto in piena zona-Trump (che non a caso, viene raffigurato in una delle ultime magliette stampate dai Municipal Waste in un’illustrazione molto dettagliata e anche, come dire, leggermente splatter); eppure questo disco è il primo dei Nostri a non avere una copertina delirante e cruenta che generalmente bersaglia personaggi politici di spicco (anche del passato, come Margaret Thatcher e, appunto, il buon vecchio Ronald), ma se vogliamo calca ancora di più la mano sull’attitudine canzonatoria e l’aria di festa, da barbecue alcolico, che culmina in tracce pungenti, dissacranti e quindi irresistibilmente efficaci. Ad esempio il singolo Fuck the Neighbors – che mette in scena nel testo (e nello spassosissimo video animato) la più classica delle lotte di quartiere, alludendo alla metafora del vicinato scomodo, rumoroso e libertino, in contrapposizione a quello pulito e di buone maniere, ipocritamente gentile, conservatore e WASP – oppure come Megachurch o Dogsnotgods, in cui Foresta, con quel suo smaccato piglio da Zach de la Rocha dei disadattati, inveisce contro la chiesa, o ne ristabilisce i canoni, come nel manifesto sistematico della title track: «Here, you’ll still feel blessed – Through love all around – Your feet still moving – Your face in the ground – This place gets wrecked – The pits our church – Violence our communion – We’re baptized in dirt». Ma il contenuto lirico si “estende” a tematiche meno impegnate, ma non prive di un sarcasmo e di un senso dell’ironia provocatorio e a tratti genuinamente ebete: in Dead with my Friends, Foresta dà voce ad un adolescente ribelle e scazzato, che brama l’oltretomba (di cui però godere con i suoi amici) piuttosto che vivere ancora in un mondo pieno di regole governato dai genitori – categoria in un certo senso accostabile a quella dei despoti e dei potenti, vista dalla prospettiva di un ipotetico giovane metallaro, e quindi non meno pericolosa ed automaticamente sotto il tiro del vocalist di Richmond, che ironizza e morde, con pungente ermetismo, nei brevi e intensi cinque-secondi-cinque di Parents of Tomorrow: «MOM IS ON THE INTERNET!!!». Il sound è al solito dritto, asciutto, essenziale, ma sempre molto aggressivo, seppur dopo qualche ascolto dell’album si palesi un eccessivo attaccamento agli stilemi del genere, che spiccano in alcune tracce, la cui brevità però non ci dà neanche il tempo di skippare; di conseguenza l’album fila via liscio, lasciando quel leggero cerchio alla testa da hangover, e la sensazione di aver partecipato ad un backyard party prepotentemente alcolico.
Insomma, diciotto tracce senza peli sulla lingua per una mezz’ora scarsa di musica dritta come un fuso, che ha nella sua essenza (e forse anche nella sua forza) lo spirito che muove la band stessa, ovvero pretese ridotte all’osso e attitudine caciarona, con cui gli Iron Reagan continuano a perseguire, con successo, il loro obiettivo: pungere e dar fastidio ai poteri forti, ma a colpi di birre in lattina e flying-V.
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