Recensioni

Pochissime sono le notizie che si possono rintracciare sulla band bresciana Il Diluvio. Per quel poco che è dato sapere, la formazione nasce a Brescia nel maggio 2015 come quartetto comprendente il tastierista e cantante Alessandro Serioli, il cantante e chitarrista Simone Bettinzoli, Omar Krishat alla chitarra acustica e il batterista Piero Bassini. Maggiori sono le informazioni riguardanti il loro primo omonimo lavoro pubblicato il 27 gennaio 2017, completamente autoprodotto e registrato a fine 2016 presso la IndieBox Music Hall a Brescia.
Data la durata (poco più di 25 minuti), questa prima prova si può considerare qualcosa in più di un EP e qualcosa di meno di un mini-LP. Parliamo di un lavoro promettente, espressione di un gruppo che sembra avere le idee chiare, e che ha saputo sfruttare al meglio la sala prove. Tolto il primo pezzo Get It To The Moon, che è una miniatura di musica cosmica siderea alla Tangerine Dream, il resto dei pezzi è qualcosa che si pone a cavallo fra il progressive rock anni ’70 e quello degli anni ’90 (dai Genesis agli Elbow per intenderci), salvo che le intro della maggior parte dei brani e le parti vocali ricordano i Pearl Jam: insomma, come se Eddie Vedder fosse stato il cantante di un gruppo progressive. Sorrette dalla tendenza a porre in primo piano non tanto la struttura narrativa quanto la cartilagine sonora, le melodie intessute dal gruppo si basano su eleganti ed intricate partiture che di vota in volta vengono adoperate per disegnare sofisticati chiaroscuri (Apollo 11) oppure lo-fi altamente emotivi (Rain), dove non si disdegna di rispolverare l’uso del glockenspiel o lanciarsi in vertiginosi assoli di chitarra, oppure un power-pop che sfugge alla tipica tirannia dei tre-accordi-tre e, al contrario, si evolve in pregevoli orchestrazioni (Facebroke).
Tangibile l’influenza della psichedelia sugli arrangiamenti, rintracciabile nel costante uso di armonie dilatate; del resto tutti i brani sono in realtà ballate trepidanti, lente e pastose, che potrebbero appartenere tranquillamente al filone del pop romantico britannico. Sfugge alla regola l’ultimo brano Lullaby, che è un’elegia fiabesca e metafisica nel tono tipico dei primissimi Genesis: e infatti gli strumenti solisti sono gli stessi (piano, chitarra acustica ed elettrica). Per quanto in parte derivativa, l’arte de Il Diluvio mostra di saper (ri)maneggiare un genere già piuttosto saccheggiato e di riuscire nel contempo a distillare pur sempre 2/3 numeri eleganti ed atmosferici. Trattandosi del prodotto di un gruppo a inizio carriera, forse può bastare.
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