Recensioni

7.4

«Cerco nelle canzoni la formula magica», canta Iacampo in Santa Clara, ed è la pura verità. Un percorso, il suo, che dagli Elle, passando per Goodmorningboy, lo ha portato infine a collezionare una discografia a proprio nome di livello più che buono. Non una di quelle “rumorose” da copertina delle riviste, ma certamente votata a una ricerca musicale intima e costante, fatta di smussature e di lavoro al tornio (nel suo caso, la chitarra acustica), piccole variazioni d’umore e silenzi allo specchio.

Valetudo, pubblicato nel 2012, nei suoi undici bellissimi brani univa un’anima Nick Drake a certe cadenze à la Caetano Veloso, conservate in un’atmosfera protetta e nemmeno troppo esplicita nei riferimenti fatta di rotondità melodiche in bilico tra cantautorato, folk e grande sensibilità. Allora c’era soprattutto la chitarra a stimolare il dialogo (con un corollario strumentale piuttosto timido e di riflesso ad accompagnare), mentre il qui presente Flores rappresenta un po’ la versione “pop-jazz-folk-etnica” (prendete la definizione con le dovute pinze) di quel disco. Certo è che il violoncello di Enrico Milani, il sax di Paolo Lucchi e il contributo di Leziero Rescigno, Daouda Diabate e Nicola Mestriner alle percussioni e a molto altro rappresentano un ulteriore passo nella definizione di un immaginario sonoro che vive di pennellate circolari, ma anche di idee ritmiche, timbriche e strutturali terzomondiste. Africa e Brasile soprattuto (L’effetto che fa), trasposte però in una strana terra di mezzo che non ha niente a che vedere con gli stereotipi della musica africana e brasiliana: una canzone d’autore adulta e riconoscibile, elegante e particolarissima, con l’“esotico” parte integrante del DNA.

Insomma, non c’è da muovere più di tanto il bacino in Flores, ma si gode eccome di una scrittura dagli accenti tronchi (la title track) che al tempo stesso disperde malinconie bellissime da pomeriggi troppo azzurri (Pittore elementare, Ogni giorno ad ogni ora, Come una roccia), blues a maglie larghe (Palafitta) e persino un Marc Bolan in versione etnica (Due Due Due) che giochicchia con sviluppi strumentali ergonomici e immacolati (Pescatore perfetto). Un suono affascinante e dall’ampio respiro, perfettamente cesellato in ogni sua sfumatura e racchiuso in una bolla di 44 minuti capace di trasportarti senza forzature in un mondo inventato e lontanissimo.

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