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How Much Wood Would A Woodchuck Chuck If A Woodchuck Could Chuck Wood
How Much Wood Would A Woodchuck Chuck If A Woodchuck Could Chuck Wood?
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Antonello Comunale
- 17 Dicembre 2012

Dopo il debutto dei torinesi La Piramide Di Sangue, arrivano ora dalla stessa città i più lugubri e tormentati HMWWAWCIAWCCW, segnando in qualche modo l’imprimatur che il capoluogo piemontese sembra avere sull’ultima generazione di indipendenti italiani. Sono in tre, Gher, Coccolo e Iside, e propongono un suono in linea con la verve occultista di questi ultimi anni, sezionando metodicamente il cadavere di un folk così scarnificato da essere ormai diventato irriconoscibile. Un suono così estremo, se proposto qualche anno fa, non avrebbe potuto varcare una ristretta cerchia di iniziati, ma il fatto che da un lato, in sede di promozione-distribuzione, ci si metta la joint-venture Avant! Records / Boring Machines, e dall’altro un’accresciuta autostima a tutti i livelli dell’underground italico con i segni evidenti che la sfiga dominante su decenni di produzioni nazionali sembra essere definitivamente alle spalle, disegna i contorni di un quadro dove How Much Wood… si colloca come il principe pazzo e deforme di un regno in fermento.
Humpty Dumpty, il brano diffuso l’anno scorso in split con Father Murphy diceva di gente abituata a trafficare con il folk apocalittico, sul classico asse Death In June / Current 93, con la professionalità sufficiente a non sfigurare con i concittadini, ma senza particolari scosse e intuizioni. Ora il disco di debutto propone un suono completamente autografo e articolato. La forma è sempre quella di un minimalismo ossessivo, inviolabile, dove i riverberi diventano echi stordenti e la voce un rantolo grottesco, spastico, oltremodo surreale che contribuisce con le sue sottili venature comiche a dare l’idea di una Disneyland trasformata in un ossario. Gli arpeggi di For Nobody nascono al crocevia tra Spiderland e Six & Six di Jandek, mimando lo stesso flirt con il disastro immanente. Una sorta di blues estremo, in bianco e nero, un Loren Connors brutalizzato in un vicolo buio. Il resto del disco propone lo stesso rosario, ma a gradazioni variabili. “Filthy breeze in place of caresses / our loneliness like self-destructive end / drowning itself sleeping” canta un Frankestein timido in Save Us, l’incubo di un Andrew Eldritch virato in una dark ambient ad alto tasso di effettistica horror. In Aria che è l’apice del disco, eleva tutto, o per meglio dire, degrada tutto ad una forma nebulosa dove gli echi d’oltretomba di Iside lavorano alla costante ricerca di una carnalità che non esiste più e le sparute note di chitarra altro non sono che il tremolio delle ossa, per esplicita confessione di qualcosa che ha ormai perso la sua umanità: “Assertion of nothing and lack of everything/ deprivation and removal/ from pure love gathering, organic mining / archeology of the human matter”.
Il fantasma dei vecchi Swans apparso a più riprese prende definitivamente vita in Oh Dark, la loro variante della celebre Failure e il disco chiude in piena messa nera con la bellissima The Rock, il cui testo cita il T.S. Eliot più escatologico: “O Father we welcome your words / And we will take heart for the future/ Remembering the past.”. How Much Wood… di fatto si occupa di disfacimento, decadenza, rovina e della necessaria tensione verso l’opposto, in un modo che va letto sul piano esistenziale e da qui elevato su un piano più generale e politico, consegnando un lavoro destinato a diventare un classico noir, non solo nell’ambito dei confini nazionali.
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