Recensioni

Hanni El Khatib è un quasi quarantenne genietto del pop americano con una già nutrita discografia alle spalle sviluppatasi a partire dall’inizio dello scorso decennio con cinque dischi date alle stampe, incluso quest’ultimo. Non solo. In USA il compositore e polistrumentista – che è anche cofondatore e socio dell’etichetta Innovative Leisure – è una specie di presenza onnisciente nella cultura popolare, visto che la sua musica è stata utilizzata in numerosi spot televisivi di note aziende e anche in svariate serie e programmi TV.
Il nome esotico è in ragione del fatto che lui è figlio di immigrati palestinesi e filippini, ma è cresciuto e ha vissuto tra San Francisco e Los Angeles; e credeteci, le sue radici affiorano nella sua musica molto meno di quanto ci si potrebbe aspettare. Anzi, sembra essere la tradizione americana a interessarlo di più, visto che è principalmente tra rock, garage, psych e alt/blues che il Nostro si muove con maggior disinvoltura, avendo costruito proprio sulla mescolanza tra tali generi, immersi in un mood perlopiù cupo, una cifra personale e discretamente riconoscibile.
Flight è altresì il lavoro dove forse l’artista è più riuscito nell’alchimia. Confezionato con sagacia e discreta ispirazione, offre infatti un buon mix dei generi in dote, tutti legati da elettronica a profusione ma anche parecchia chitarra. E se Alive, uno dei due singoli ad anticipare l’uscita dell’album, sembrava in qualche modo fornire indizi di una definitiva infatuazione per il contemporary R&B e il neo soul debitori di gente come D’Angelo, Usher e Neptunes, l’altro estratto Stressy si agitava sospeso in una lisergica ampolla e stretto nella camicia di forza di un ritmo sincopato e sempre sul punto di esplodere.
E sempre in soluzioni allucinogene si sbattono Carry e Colors, mentre solo Leader offre vaghe reminiscenze arabo/mediterranee. Del resto, perchè uno cresciuto sulla West Coast dovrebbe occuparsi della “east”, se per giunta è di un altro mare che stiamo parlando? Tra gli altri episodi degni di nota ci sono poi Harlow, che è un più che evidente omaggio – se non proprio uno “scippo” – al James Blake di Assume Form, Dumb, sorta di spiritual a tinte folk/western in cui riecheggiano lontanamente i fumi di una Bang Bang (my baby shot me down), la strumentale Detroit e la conclusiva Peace, che marcia sui proclami di Bob Marley e manifesta sulle arie di Beatles e Beach Boys.
Particolare che risalta è che i brani hanno tutti durata molto breve, generalmente tra i due e i tre minuti, e che spesso tra l’uno e l’altro non c’è soluzione di continuità, imponendo il brusco succedersi di ritmi ed emozioni come scelta estetica più che come necessità espressiva. Anche all’interno dei singoli passaggi i cambi di ritmo sono frequentissimi, dando la sensazione di collage sonori formati da tanti pezzi assemblati insieme. C’è da dirlo: non siamo di fronte a un capolavoro ma a un disco interessante, quello sì.
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