Recensioni

7.2

È stata una gran bella sorpresa questo omonimo esordio dei sardi Grandmother Safari, un disco che per maturità, personalità e capacità ha ben poco dell’opera prima. Il numeroso ensemble si muove agilmente tra più filoni stilistici, miscelando e ibridando senza fratture diverse fascinazioni non sempre strettamente confinanti. Protagonisti principali sono cavalcate psych-rock e svisate kraut, spesso elegantemente stemperate da un’impronta squisitamente jazz che scorre sotterranea ma è chiaramente percepibile lungo tutto l’album. Il cantato, nelle rare ma ben calibrate occasioni in cui fa capolino, riesce ad aggiungere ulteriori sfumature a brani già estremamente policromi, come nel caso delle fascinazioni prog di Love Geometry.

L’apertura A Life Show inizia in punta di piedi per poi sfociare in un’acidissima e trascinante cavalcata kraut in cui Föllakzoid, King Gizzard & the Lizard Wizard e Dead Skeletons sembrano tutti riuniti e impegnati in una jam free-form ma costantemente e coscientemente sotto controllo. Seed Balls si muove su territori vagamente al confine con la soundtrack, con i fiati protagonisti, mentre il primo singolo estratto Dunia vira su un etno-jazz che unisce esotismi da cartolina à la Populous e ciclici crescendo guidati dai fiati. Sand Bells si apre a distensioni più aeree e quasi ambientali ma che rimangono innervate da un drumming con echi Can-iani, seguita da Acid Milk, una rapsodia di forme e colori in continuo mutamento che spicca sicuramente tra i vertici qualitativi del disco.

La chiusura è affidata ai due brani più estesi, una coppia di lunghe suite ancora una volta riuscitissime. Difficile non applaudire all’ingresso del giro di basso di Lines and Circles. C’è bisogno di dischi così.

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