Recensioni

È il 1996. Sono passati sei anni dall’EP di debutto dei Girls Against Boys, Nineties vs. Eighties. Un lavoro a metà in cui la band al completo è presente solo in tre pezzi (gli altri tre sono i demo che Scott McCloud ed Eli Janney avevano registrato con Brendan Canty dei Fugazi). Disco acerbo, anche approssimativo. Eppure i flirt con l’industrial (non nuovi a Washington, vedi il progetto Pailhead) e con una modern dance rumorista – che dai Pere Ubu arriva fino a lambire il regno di Ministry e Nine Inch Nails – la dicevano già lunga. Anche se non dicevano ancora tutto.
All’inizio erano i Soulside di McCloud, Johnny Temple e Alexis Fleisig: tre album all’insegna di un hardcore che si staccava dalle sue forme più basiche in cerca di più groove, di più dinamismo, e di più melodia. Tutte componenti che in forme diverse troveremo nella nuova band: non è un caso se tutti i membri di quei Soulside meno il cantante Bobby Sullivan passeranno all’avventura successiva. Ma l’innesto essenziale per avere i Girls Against Boys e non i Soulside 2 è quello di Eli Janney, bassista, tastierista, seconda voce e ingegnere del suono. È la sua presenza a trasformare il gruppo post-hardcore in qualcosa di più stuzzicante e sperimentale.
Dal 1992 al 1994 i dischi realizzati sono tre, uno per anno. Tropic of Scorpio, diviso più o meno equamente tra brani più concitati e aggressivi e più modulati e misteriosi, mostra già tutti i tic di una band che ha una personalità forte (per) quanto sibillina. C’è una doppia voce (McCloud e Janney) che qualche volta equivale a una doppia anima, a seconda di quale cantante interpreti il tale pezzo. Ma soprattutto c’è il boost sui bassi (Temple e Fleisig), che già di suo sposta il baricentro del suono in zone più sperimentali e stranianti rispetto al consolidato muro di chitarre del noise. A questo si aggiunge il pendant per i rumori e l’elettronica che “svirgolano” l’armonia.
Venus Luxury No. 1 Baby alza il livello di rombo, che pure è diverso da tante altre band che suonano un rock chitarristico esasperato (il segreto è in come si intende quel chitarristico, appunto, con il doppio basso e certe rimbombanti low frequencies) e oltretutto pesante – per quanto libero da pastoie heavy metal in cui gli stessi GVSB del primo EP erano ancora sorprendentemente invischiati.
Cruise Yourself arriva a un passo dall’alt-rock da classifica. Il merito è di un songwriting sfavillante, a tratti in stato di grazia: è obbligatorio citare almeno l’avvincente opener Tucked In se non i lazzi disco-punk di una Kill the Sex Player (che pare un gioca jouer suonato da dei Big Black in vena di goliardiche perculate – e qui mi fermo un attimo per riprendermi dall’accostamento mostruoso che ho evocato…). Ma un plauso va anche al sound generale, che conserva ancora il mordente tipico di chi viene da un passato hardcore, stilizzato però in un gioco di suspense distaccato e cool – di cui è perfetto messaggero il timbro roco e fumé di Scott McCloud.
Il quarto LP è un’ulteriore prova che questi genietti del post-hardcore capitolino sono tra le band più vibranti della scena indie americana della loro epoca. Vengono da Washington, che evoca già un immaginario tutto suo, però sono newyorchesi di adozione, si sono accasati da due album in qua alla Touch and Go. Hanno come maestri i Sonic Youth non meno dei Fugazi, ma potremmo azzardare anche i Beastie Boys, i Nine Inch Nails, i Nirvana… Questo loro dna è trascritto fedelmente nelle sequenze di Click Click e di Crash 17. Ma c’è di più. Quello che a House of GVSB riesce con sospetta ma a posteriori direi industriosa nonchalance è distinguersi in una scena già di suo molto eclettica – basti pensare a contemporanei come Jawbox, Shudder to Think o Lungfish – per le sue textures azzardate e i suoi ritmi ballabili.
Se appena inserite il CD pensate di averne messo per sbaglio uno dei Red Hot Chili Peppers non disperate: non vi siete sbagliati, e non avete nemmeno sbagliato disco. Passano pochi secondi e Super-fire rivela tutta la sua anima di pezzo alla GVSB con un armamentario marpione che fa presa da più parti: la frasette sexy e i disturbi noise, l’allure più easy e le dissonanze più spinte, e l’andatura fratta tra ripartenze e stop&go. Il fatto è che tutto l’album gioca sul filo di relazioni pericolose con combinazioni ammiccanti, come l’organo fusion danzerino di Disco Six Six Six (già un nome che è tutto un programma, per un soul-grunge quasi alla Afghan Whigs) e la chitarra che lo sembra corteggiare con wah wah sornioni, per poi fargli la guerra con barrage distorti e frenetiche pennate.
Non saranno più hardcore in senso stretto i GVSB ma sono hard boiled quando si arrampicano su crinali ancora più pericolosi, tipo i divanetti di un club da cui sembra di sentire McCloud cantare TheKindaMzikYouLike, nonplusultra di tanta furba funkytudine che va a cozzare contro le grandinate di rumore bianco. Vera Cruz, Another Drone in My Head, Cash Machine non possono che crogiolarsi alla perfezione in questa loro versatilità, nelle alchemiche combinazioni di ritmi dance con una matrice industrial e noise o con un melodismo postgrunge che non nasconde la sua fascinazione per il linguaggio armonico dei Nirvana (Wilmington).
Non c’è il pezzo che fa saltare il banco – almeno a livello di popolarità, una hit, che forse hanno inconsciamente cercato, i quattro non ce l’avranno mai. Pioveranno elogi dalla critica e si procureranno anche un contratto major che si risolverà dopo un solo disco, Freakonica, anche questo giocato sull’azzardo. Più di così non potevano essere seducenti, i quattro capitolini: forse lo sapevano, e sanno anche – se la band è legata a questo disco al punto da averne realizzato una edizione espansa per il venticinquennale e averla promossa con un tour in cui la spalla sono, udite udite, i Soulside… – che si trattava del manifesto della loro maturità. Oltre che della fotografia di un periodo del rock indie americano in cui la massima creatività coincideva con le alchimie più emozionanti su un retaggio ancora alla lunga legato al periodo dell’hardcore e alle sue abrasioni acustiche. Nel giro di qualche anno il panorama sarebbe stato completamente diverso.
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