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7.1

Una vena cantautorale che non smania d'imbizzarrirsi elettrica o di abbandonarsi ad astrazioni sintetiche, ma se ne lascia pervadere all'occorrenza, tenendo la barra in direzione folk (con implicazioni blues, pop, rock, etno…). Una scrittura che molto deve a tanti illustri predecessori senza però pagare dazio a nessuno in particolare, quasi una sovrapposizione di fotogrammi Tenco, Lauzi, Bertoli, Dalla, Battiato e Benvegnù con sbrigliate aperture angloamericane (l'ebbrezza Xtc in Le maschere, echi sparsi Fred Neil ne Il nome che vuoi, quella Viene la notte come potrebbe uno Scott Walker eniano…) che convergono in un'immagine nitida, morbida, ferma, essenziale.

La calligrafia di Giovanni Peli procede per minimi termini ad alta densità. Proprio come la sua musica, le parole sono particelle elementari che compongono una trama dalle implificazioni profonde il cui merito principale è di mostrarsi semplice, chiara, quasi carezzevole. Ad esempio, la pulsione rock che anima Tutto quello che fai e Incrocio sfiora il didascalico, ma dal clangore affiora una cura dei dettagli e dell'ambientazione narrativa che avvince, ricordando per molti aspetti la proposta solista – purtroppo rimasta senza seguito – di Filippo Gatti. Vale lo stesso mutatis mutandis laddove prende piede un'ebbrezza Belle And Sebastian con fregole latine (Mani di foglia) oppure un lirismo melò Mauro Ermanno Giovanardi in estro valzer (Tu amore perduto): la frequenza portante è una disinvoltura partecipe, una sensibilità abituata a consumarsi vicinissima al cuore della questione. Tanto che persino la più esplicitamente impegnata Corallo riesce – un frame evocativo via l'altro – a dribblare i trabocchetti della retorica.

Questo disco offre una credibile ipotesi di folk-rock cantautorale tipicamente italiano: non è poco.

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