Recensioni
Giant Sand
Recounting The Ballads Of Thin Line Men
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Stefano Solventi
- 19 Settembre 2019

Strane cose accadono quando osservi attraverso la lente del tempo e riconosci quel che vedi, ma proprio per questo ti accorgi che è diverso da come lo ricordavi. Il motivo, se proprio vogliamo cercarlo, è semplice: un ritorno non è mai puro, ogni ritorno è la certificazione di quanto si è lasciato e raccolto per strada. Chi ricorda, in un certo senso, non fa altro che osservare il lavoro del tempo su di sé, o se preferite se stesso in balia del tempo.
Trentatré anni sono passati da Ballad Of A Thin Line Man, l’album che consacrò i Giant Sand dopo il folgorante esordio di Valley Of Rain, facendo guadagnar loro la tessera del club altrimenti noto come Paisley Underground. Da allora, il gigante di sabbia (precedentemente Giant Sandworms, in omaggio a Dune di David Lynch, tanto per cucire miraggi desertici e deliri cinematici) ha subito metamorfosi profonde, incrociato la strada coi cuginastri The Band Of… Blacky Ranchette, reclutato e perduto pezzi (tipo John Convertino e Joey Burns, nel frattempo divenuti felicemente Calexico), svoltato verso territori più quieti e/o inquieti (permettendosi en passant un capolavoro come Slush a nome OP8, che vide la presenza in squadra di Lisa Germano), è stato abbandonato, rinominato, ripreso, comunque è andato avanti, arrancando su sentieri sbilenchi, incantati, aspri, dilatati. Tutto ciò secondo dove portava l’umore di Howe Gelb, che di quella ragione sociale sembrava sempre sul punto di disfarsi e invece no, come se da sempre coincidesse con quello strano essere che lo muove(va) attraverso modi, forme e luoghi a inseguire… cosa?
Cosa si nasconde tra le galoppate acide e la frenesia sabbiosa, nelle visioni claudicanti ma stranamente confidenziali, in quelle improvvise verticalizzazioni spacey, tra le linee sghembe di un piano jazz e nella consistenza acrilica di una tastierina giocattolo, o ancora nell’ipnosi seppiata delle lanterne magiche e nella bassa fedeltà valvolare di una radio più antica di quanto siamo disposti a credere? Per trent’anni e passa Howe si è sottratto alla presa di un successo che pure – lo dimostrano dischi dalla bellezza a tratti elusiva ma chiara come Chore Of Enchantment o il solista ‘Sno Angel Like You – avrebbe potuto agguantare senza neanche troppo sforzo. Se ha camminato sul lato storto del marciapiede è stato più per indole che per scelta, come del resto è accaduto a molti compagni di scorribande desertiche quali Dan Stuart o Steve Wynn.
Ecco quindi che tornare a quell’inizio, ovvero reinterpretare i pezzi di Ballad Of A Thin Line Man (sulla scorta di quanto già fatto lo scorso anno con Return To Valley Of Rain), significa specchiarsi nel cammino compiuto per trovare, senza cercarla, una risposta. Una risposta che potrebbe coincidere con quello stesso muoversi inafferrabile, col guizzare quantico, col crepitare sonoro che sfugge al pentagramma e vive solo nell’attrito del tentativo, nella disarticolazione del consueto. Se i Giant Sand dell’86 suonavano radenti, tesi e ostili come un ululato ma capaci di raggomitolarsi in attimi di spaesato lirismo – come sguardi che s’incollano all’orizzonte mentre rotoli tra le dune rugginose – oggi Gelb e soci (Tommy Larkins ai tamburi e Thøger Lund al basso) sfoderano un suono granuloso, veemente, corrugato, garagesco. Sembrano insomma godersela mostrando come il tempo abbia ispessito vene, pelle, sguardo, come dopo tutta questa strada (questi album) concetti quali pulizia ed equilibrio abbiano subito una drastica relativizzazione e possano serenamente finire sotto i tacchi dell’impeto.
Se la fibra ispida di stampo Thin White Rope (e in parte Gun Club) era un ingrediente anche dei primi giorni, oggi il baricentro deraglia dalle parti del Neil Young trasandato altezza Fork In The Road così come – con folgorante rewind – di quello infettato punk (a livelli quasi grotteschi) di Re-Ac-Tor. Ciò vale soprattutto per le iniziali Reptilian (una outtake che vide la luce come bonus track per la ristampa del venticinquennale) e A Hard Man To Get To Know, mentre nella magnifica – lo era già quella originale – Desperate Man le svalvolate rientrano parzialmente nei ranghi per grattare la pancia a dei T. Rex bruciati dal sole spietato dell’Arizona. Non stupisce troppo che da questo lavoro di recupero sia rimasta esclusa All Along The Watchtower, forse per problemi di diritti oppure perché pezzo così monumentale – e già così tanto cover – da non meritarsi ulteriore rilettura.
In ogni caso pazienza, perché il senso dell’operazione sta tutto intero in un pezzo meno appariscente ma centrale come Who Am I: un bongo discreto, ghirigori schivi di chitarra e voce cardiaca, insomma il Gelb più nudo alle prese con crucci cruciali alla Cormac McCarthy, un autentico invito al confronto con la versione originale, quella di un Howe ventottenne che sembra specchiarsi nell’Howe ultrasessantenne, chiedere conto, gettare il guanto di una sfida scaduta, alludere a ombre mimetizzate nelle pose, nelle movenze, nelle abitudini formattate dal tempo. Chi è diventato Gelb, e quindi chi siamo diventati tutti noi? Siamo ancora, sia pure in minima parte, quei cercatori di pepite senza valore di una volta, oppure abbiamo finito per pianificare tutto il pianificabile? In bocca al lupo per la risposta, e proseguiamo.
Se i tre si muovono agilmente tanto tra gli spasmi di Body Of Water che nelle rapide taglienti di Thin Line Man, se la cavano bene anche nel trasporto sonnacchioso (leggi: younghiano) di Graveyard, mentre degno di rilievo è quel che accade in The Chill Outside, dove vengono raggiunti da un’altra ex-Giant Sand (e Go-Go’s) come Paula Jean Brown: la Brown, tra l’altro ex-moglie di Howe, presta la voce come nell’originale conferendo al pezzo un’aura agrodolce e vagamente insidiosa, tanto che sembra di avere di fronte quel fantasma anni Ottanta che sei condannato a portarti dentro (nel caso tu li abbia vissuti). Ultima curiosità in programma, due versioni dell’inedita Tantamount, pezzo antico che sgranocchia noccioline punk col passo scanzonato e lo sguardo radiante che impareremo, nel tempo, a riconoscere.
L’autoreferenzialità di tutta l’operazione è evidente, ed è parte del gioco. Il rock di Gelb è fatto di percorsi tortuosi che non prevedono il traguardo ma un esplorare insolito, un caracollare patafisico che trasfigura le forme in direzione cantautorato, jazz e pop, con l’obiettivo di ricavarne una costante slogatura stilistica che disarticoli e snaturi la formula, qualsiasi formula, per sorprenderne il cuore nudo. Questa esplorazione/peregrinazione sembra aver compiuto il giro completo e suggerire, di conseguenza, un senso di circolarità – lo avrete capito – piuttosto intrigante. Se diventerà una prassi, fa sinceramente impressione pensare al numero di album con cui i Giant Sand potrebbero da qui in avanti fare i conti e chiudere cerchi. Chissà. Soprattutto, chissà cosa passa per la testa a Howe Gelb.
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