Recensioni

Quando si tratta di giudicare un disco di Giancarlo Onorato, l’unico termine di paragone possibile è lo stesso Giancarlo Onorato. Negli anni il musicista ha plasmato una forma-canzone peculiare e riconoscibile, a suo modo barocca e intrisa di una valenza poetica non trascurabile, sintetizzata in dischi notevoli come ad esempio il Falene del 2004 o il Sangue Bianco pubblicato nel 2010.
Le buone cose già ascoltate nei due lavori citati, si ritrovano anche in Quantum, un album che raccoglie brani dalla grande eleganza in cui pianoforte, organo e archi regolano la temperatura ambientale sulle frequenze più calde, alternando lentezze (una Scintillatori in controluce che è brace in attesa di farsi di nuovo fuoco, la ballad al pianoforte Niente di te) e crescendo inquieti e dal grande magnetismo (l’ottima Le belle cose). È un perfezionismo che potremmo accostare alla lezione dell’ultimo Nick Cave, quello di Onorato, interessato a una scrittura molto dettagliata dal punto di vista dei colori, con un retrogusto classico, come dimostrano la malinconica Primavera di Praga e la conclusiva Il passaggio, eppure capace di soluzioni arrangiative mai banali (Il barocco del tuo ventre).
In un disco incentrato sul tema dell’incontro, sviluppato ad esempio in brani come Senza gravità, Onorato lavora con lentezza e accuratezza («Io sono e resterò sempre un neofita. Uno che ogni mattina ricomincia a vivere da capo. Non mi accorgo del tempo che passa perché sono concentrato sui miei traguardi», dichiarava il musicista in una nostra intervista di qualche anno fa), cesellando ogni più piccolo dettaglio e dando ancora una volta prova dello spessore che regge la sua proposta artistica. Ci vuole qualche ascolto per entrare in Quantum e coglierne tutte le sfaccettature, ma il viaggio è di quelli fascinosi. Una camera iperbarica progettata per chi, nella musica, cerca un senso che vada oltre la semplice estetica.
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