Recensioni

Mi perdonerete lo spoiler, ma devo partire dalla fine. Cioè da come Chris Eckman suggella la turbolenza letargica e paludosa di Oltre l’orizzonte: il suo è poco più di un cammeo, ma sufficiente a rendere evidenti le connessioni con modi e forme di narrazione del folk-rock alternativo statunitense, capace di attecchire oltre confine (geografico, culturale, mentale) grazie al lavoro sotterraneo ma tenace di band come Walkabouts (appunto), Richmond Fontaine, Willard Grant Conspiracy, Wovenhand e via discorrendo.
Più che a uno stile, mi riferisco a uno sguardo, a un’angolazione sulla realtà che in qualche modo sa bazzicare il margine del cono di luce, giù tra i detriti della dimensione periferica, dove gli automatismi del vivere “onlife” metropolitano s’inceppano per l’attrito con le scorie dei conti che non tornano, dove le prospettive sono barche che arrancano tra deriva e naufragio.
Non si tratta solo di un linguaggio particolarmente adatto per raccontare questo genere di storie, ma di un codice che rivela, quindi di un senso che non può prodursi diversamente, e che trova un corrispettivo in tanta recente narrativa USA (di autori come Chris Offut, Joyce Carol Oates o Nickolas Butler, per non tacere di una nostra vecchia conoscenza – attualmente è leader dei Delines – come Willy Vlautin).
Giancarlo Frigieri si allaccia a queste forme e temi introducendo nella ricetta il portato della “tradizione” cantautorale nostrana, che a sua volta pescava tra gli altri dai Dylan e dai Cohen (e abbondantemente: chiedere a De André, Bubola e De Gregori, per dire), ragion per cui la sintesi appare del tutto naturale, senza punti di saldatura. Del resto Frigieri ha iniziato a farsi luce coi piuttosto elettrici – nonché anglofoni – Joe Leaman, mantenendo poi da solista quell’attitudine che reca spesso e volentieri l’impronta di molecole rock riconducibili tanto a un Lou Reed quanto a certo Paisley Underground (per farla breve).
Negli anni e un album dopo l’altro il musicista di Sassuolo ha affrescato una vera e propria commedia umana (dove la provincia modenese diventa sineddoche del reale periferico), una fauna dipinta a partire dalle singolarità, ognuna alle prese con la propria quota di rovina e quel po’ di splendore. Anche in questo nuovo Qualcuno si farà del male, i testi galleggiano tra la franchezza spietata della prima persona e uno sguardo terzo tra il febbrile e il fosco, comprensivo ma crudo.
Contiene nove canzoni, cronache da un luogo e un tempo in cui rimpianto e rassegnazione hanno svuotato il cuore della speranza: a partire da ciò che resta di una relazione, come racconta l’iniziale Briciole, ballata a due voci (ospite una schietta Sara Ardizzoni, altrimenti nota come Dagger Moth, brava anche con la chitarra lasciata nella custodia) dove il fantasma della tenerezza si sovrappone a un malanimo sordo e quasi incredulo. Ritmo e melodie si accendono solo per raccontare storie terribili, obbedendo alla nota regola waitsiana, vedi il caso di Figli d’arte (dove una ragazza – chiamata Fanny in onore della celebre Blankers-Koen – è schiacciata dalle aspettative dei genitori riguardo ai suoi risultati atletici), Rita (la presa di coscienza di una mezza età senza sbocchi) e Il giorno e l’ora (aggrapparsi al pensiero di una via di fuga dopo lo schianto delle illusioni).
Più spesso però si tratta di canzoni cupe che raccontano cose piuttosto terribili: come la spigolosa Alberto ( padre divorziato che carica una pistola con proiettili di frustrazione quotidiana), come la livida Anche se non si dice (ancora un padre alle prese con pensieri inconfessabili sul figlio disabile), o come la title track col suo incedere trasognato fino al collasso tra sociale e individuale.
Frigieri suona quasi tutto da sé (chitarre, basso, batteria, percussioni…), fatta eccezione di una chitarra elettrica in Rita (di Jacopo Garimanno) e col non piccolo aiuto di Davide Tosches (cori, chitarra ebow e lap steel), qui anche in veste di produttore e padrone di casa (le registrazioni si sono tenute al Confine del bosco, studio di proprietà del cantautore piemontese). Da questa semi-autarchia esce un disco denso e al tempo stesso dinamico, lirico e ventrale, spremitura sonora di uno stato d’animo per il quale non mi pare esista un termine specifico, e che quindi proverei a descrivere come un impasto di consapevolezza, fatalismo, malanimo e quel po’ di rabbia che si forma dalla costante evaporazione della pietà.
Il cantautorato rock non sarà la forma musicale più contemporanea in circolazione, non gode più – fisiologicamente – di grandi attenzioni da parte di airplay e playlist, ma se ben declinato conosce il modo di raccontare storie che altrimenti rimarrebbero nell’ombra. E Frigieri è uno che sa declinare – che sa raccontare – benissimo.
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