Recensioni

36 anni e una carriera già praticamente ventennale, Ghetts non è certo l’ultimo parvenu nel grime game inglese. È chiaro però che questo Conflict of Interest è il disco che può farlo definitivamente approdare a una nuova dimensione, per ambizione, ospiti coinvolti, risultati raggiunti e – non da ultimo, la label per cui esce (Warner). Una dimensione che magari non sarà mai quella di uno Skepta (o di uno Stormzy), ma può sicuramente ambire a un primo piano di tutto rispetto insieme a diversi dei nomi qui coinvolti. Conflict of Interest può insomma essere per il rapper di Plaistow quello che Psychodrama è stato per Dave: un game changer personale e una decisa chiave di volta per il prosieguo del suo percorso.
Ghetts è sempre stato una penna sopraffina con un talento innato per lo storytelling, ma qui raggiunge un livello qualitativo inedito: l’esempio in scaletta più pregnante in questo senso è probabilmente il personale compendio di carriera Autobiography, quasi sette minuti in cui si ripercorre la vita musicale del protagonista dalle origini ad oggi (e di cose non ne sono successe poche). Ma se la qualità di scrittura non è mai stata in dubbio, quello che più colpisce di questo lavoro è la produzione, che riesce ad essere sia massimalista nelle intenzioni che minimalista nei risultati. La sobrietà formale e l’asciuttezza di resa confezionano una pulizia sonora che è fertile terreno per tutta una serie di rimandi alle cose più disparate. Troviamo grime, trap, hip hop, UK garage, drill, gospel (il precedente album Ghetto Gospel: The New Testament era stato un buon terreno di prova) e anche un generale respiro cinematico da colonna sonora.
Ci sono tinte eerie di synth inquietanti e cavalcate imponenti, smalti jazzati vagamente da piano bar e panzer di bassi e 808 che lasciano poco o nessuno spazio alla melodia (IC3 con Skepta). Cori epici e fiati da apocalisse incombente (Fine Wine) danno la manina a retaggi West Coast (Fire and Birmstone), passando per rimasugli UK garage (Good Hearts) e pezzi pop dove anche Ed Sheeran riesce a risultare meno scontato del solito. Le riflessioni autobiografiche che abbiamo detto sono poi rese in forma di ballata hh, sopra un tappetto di vocine sfregiate (Autobiography) o sulle note di un piano pensoso (Dead to Me).
Insomma c’è di tutto e tutto è fatto estremamente bene. Tenere insieme così tante cose diverse senza finire col confezionare un confuso passato di verdura non è scontato. E se questo è probabilmente l’album della vita per Ghetts, è altrettanto verosimilmente quello dell’anno per il grime (e dintorni) inglese. Certo è un peccato che stia passando quasi inosservato qui in Italia, dove sembra che anche tra addetti ai lavori riusciamo ad accorgerci di un artista grime solo quando è messo come headliner al Primavera Sound (Skepta) o quando fa un feat. con i Linkin Park (Stormzy).
Amazon
