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Dopo un’attesa che sembrava infinita, arriva nelle sale italiane Le otto montagne, diretto da Felix Van Groeningen Charlotte Vandermeersch, già collaboratori in precedenza, compreso in Alabama Monroe – Una storia d’amore, candidato all’Oscar nel 2014. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo Premio Strega di Paolo Cognetti, il film riunisce la coppia tutta italiana formata da Luca Marinelli e Alessandro Borghi, già apprezzata in Non essere cattivo, opera ultima del compianto Claudio Caligari.

Visto e considerato che si trattava di prendere uno dei nuovi romanzi di formazione contemporanei più apprezzati, non sorprende se l’adattamento cinematografico è ricco di fascino ma soffre particolarmente di una certa pedissequità verso il materiale di partenza, che alla lunga distanza finisce per appiattire e appesantire un discorso già ampiamente districato per buona parte del lungo incipit. È come se Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch avessero provato a impostare un discorso dal punto di vista visivo prima ancora che narrativo, basato sulla contrapposizione netta tra i personaggi di Pietro e Bruno, così diversi ma in fondo molto simili nello spirito che li accomuna e nella devozione verso quello spazio che intendono come luogo dell’anima. I due registi colgono il bersaglio almeno fino a 2/3 del racconto, salvo adagiarsi inspiegabilmente su una linearità conclusiva ed esplicativa chiamata quasi a troncare un discorso diventato troppo ingombrante da sostenere.

Proprio quella montagna dove è ambientata gran parte della vicenda, la sua magnificenza, la sua imponenza, che incombe minacciosa e rivitalizzante allo stesso tempo, stimolo costante per mille metafore (specialmente in un mondo così fluido e digitale come quello odierno) non riesce mai a emergere prepotentemente dallo schermo, incorniciata in un 4:3 del tutto superfluo e decisamente posticcio, così come lo sono le musiche del pur bravo Daniel Norgren, che sortiscono l’effetto opposto di edulcorare il tutto alla maniera (troppo americana) di un film indie appena uscito dal Sundance Film Festival. Più che sugli ambienti, è un film sui corpi (fisici e mentali) dei due protagonisti, soggetti a diversi cambiamenti e mutazioni nel corso della storia ben restituiti dal duo Marinelli / Borghi, mentre il resto dei comprimari soffre il poco spazio concesso in fase di sceneggiatura; tra questi Filippo Timi è probabilmente il migliore nel rapporto minutaggio / sensazioni, riuscendo a restituire la figura di un padre dilaniato e pieno di rimpianto in pochissime sequenze.

Le otto montagne esce alla fine del 2022 dopo essere stato presentato diversi mesi prima al Festival di Cannes, dove ha ricevuto il premio della critica (ex-aequo con EO, di Jerzy Skolimowski) e lo fa in un clima che vede Avatar – La via dell’acqua primeggiare senza rivali al box-office e con il solo Il grande giorno di Aldo, Giovanni e Giacomo a cercare di conquistare quello che rimane della fetta di mercato nelle sale. Certo, non stiamo parlando di un prodotto in grado di reggere il confronto con un grande blockbuster americano né con la più classica delle commedie natalizie, che infatti si accaparrano il primo e secondo posto al botteghino, ma il terzo posto di questa co-produzione Italia, Belgio, Francia, sta lì ad indicare che questa sorta di contro-programmazione è sempre ben gradita da quella parte del pubblico che anche durante le feste non rinuncia al film, cosiddetto, più “impegnato”.

Un film affascinante, Le otto montagne, che però profuma fastidiosamente di occasione mancata, proprio per l’ambizione che mostra nel racconto, nella messa in scena e nell’estrema confidenza con cui porta avanti discorsi e situazioni non originali ma inquadrati sotto una lente inusuale. Era lecito aspettarsi molto di più.

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