Recensioni

Un’ode frizzante al sincopato come non se ne sentono spesso, in cui si mescolano dimensione popolare, chitarre acustiche, canzone d’autore, lingua inglese e francese, blues, leggerezza un po’ fricchettona ma anche ottime idee musicali, sostenute da una semplicità apparente che però scansa agevolmente le banalità. Se poi tra i crediti di Table Rase trovi anche la chitarra di Marc Ribot, oltre ai bravi Francesco Giampaoli, Marco Bovi, Diego Sapignoli ed Enrico Farnedi – artisti del giro Sacri Cuori ma non solo – puoi star certo che da questo secondo disco di Emmanuelle Sigal qualcosa di buono uscirà.
A voler giocare con l’immaginazione, lei potremmo anche definirla una Tune-Yards in abiti folk, non tanto per acclarati parallelismi musicali (che non ci sono), quanto per un approccio fisico, colorato e certamente entusiasta alla musica, una dimensione quasi ludica che emerge anche dalle geometrie dei nove brani in scaletta. Episodi che riescono a shakerare un ossuto carattere jazz-swing (Never Give Jam To Pigs) e colori tribali multietnici circoscritti dai fiati (Table Rase), rocksteady in sbornia Manu Chao (Rien Qu’Des Yeux Pour Toi) e valzer malinconici prestati al folk americano e decontestualizzati da un cantato anglo-francese (Laisse Les Parler), country (Bless) reggae (Clean Me Rain) e caraibici movimenti di bacino in poliritmia (Small Talk). Rispetto all’esordio Songs From The Underground, il qui presente ci pare un lavoro più concreto, ritmicamente serrato, senza cali di tensione e meno contemplativo: in una parola, più in linea con una personalità artistica che continua a dimostrare grande carattere e anche una certa ironia di fondo.
La produzione artistica è il risultato del solito – e pregevole – lavoro di Giampaoli, uno che, non si sa come, riesce ogni volta a regalare ai dischi su cui lavora un’eleganza impalpabile ma presente, un mood jazzato mai espettorato eppure consapevole, il tutto grazie a una riservatezza che non cerca mai l’affondo strategico, quanto piuttosto l’equilibrio dei suoni. Disco baldanzoso e fuori dalle solite – e pallosissime – traiettorie dell’hype.
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