Recensioni

Dopo una prima fase grime legata alla crew Aftershock, Leon Smart, in arte DVA, anche noto come Scratcha DVA, si è fatto conoscere, fin dall’inizio della sua carriera produttiva (il 2008), come uno dei promulgatori, assieme a Cooly G, LV e Roska, di quell’intorno a sonorità che avevano trovato nell’UK funky il proprio propellente. Nel momento in cui il dubstep diventò mediaticamente la supernova che conosciamo, la scansione ritmica più contagiosa sul dancefloor britannico aveva avuto il merito di riprendere le fila dalla tribalità più basale dell’house, comprimendoci dentro soca e afrobeat, e componendo così un incalzante ritmo che opponeva colore ed euforia agli abissi che avevano dominato nei club fino al giorno prima. DVA, come altri artisti su Hyperdub partiti da qui, ha sviluppato su queste basi un proprio mix ritmico/canoro: ha collaborato con Cooly G e l’etichetta Night Slugs, condotto per anni un regolare slot su rinse.fm e approfondito i legami con l’house e l’r’n’b tenendo ben presente certa estetica afro-futurista ma anche il contatto con l’Africa tout court. Nell’esordio del 2012 Pretty Ugly, lo trovavamo alle prese con un intingolo molto ben prodotto, con brave cantanti (Vikter Duplaix, Natalie Maddix, Fatima) e variegate ipotesi UK funky mutanti e bagnate da uno stuolo di tastiere anche piuttosto free. In sostanza, un sound laboratoriale che se aveva un difetto, era quello di non portare bene impresso il suo nome e di non sapersi decidere se quadrare pop come quello di un SBTRKT o prendere strade più avventurose.
Quattro anni più tardi, con NOTU_URONLINEU, DVA aggiunge il postfisso [Hi:Emotions] alla sua ragione sociale e, calandosi braccia e sinapsi in un bleep sound urbano e ambientale parente della ditta Logos e Mumdance (magari rifacendosi ad un concept futuristico sulla falsariga di quello proposto in Nothing da Kode 9), compie, a parti invertite, il medesimo errore. Ispirato da una fantomatica mega corporazione – la H:E / Hi:Emotions – che sta lentamente prendendo il controllo di qualunque cosa, mirando a far vivere le persone sotto un unico brand in una realtà virtuale, il disco avrebbe potuto avvalersi di una qualsiasi altra trama sci-fi presa da un libro a caso di Philip J. Dick, Ballard, Gibson o Lovecraft e non avrebbe fatto differenza. Smart pare nuovamente non convinto pienamente sulla direzione da dare alla propria musica, questa volta navigando a naso in un caos cibernetico con sprazzi di cinematica analogica tastieristica poco a fuoco e una caterva di stantuffi bass e bleep che non possiedono lo stesso bastardo fascino di quelli prodotti, ad esempio, da Different Circles.
DVA senz’altro ha compiuto delle scelte di campo: ha scansato l’idea di “ecosistema sonoro” à la J. G. Biberkopf, rinunciato a un’epopea cinematografica in stile Roly Porter o Kuedo, di sicuro ha preferito l’hardware ai software di manipolazione digitale di molti giovani producer hi-tech, pacifico poi che non si sia fatto fotografare con manuali post-capitalisti sul comò, ma quel che ha prodotto qui è un disco poco incisivo, ciberneticamente/deliberatamente caotico (MEMORIESOFFLINEACTIVITY), con sprazzi cantati a mo’ di interludio che sembrano distrattamente puntare a un sound à la Drive (ALMOSTU con Roses Gabor), quando il disco in verità si risolve in uno sguardo sulla barbara realtà al di fuori di Matrix. Neppure le texture sonore brillano particolarmente per originalità e non aiuta nemmeno che DVA ricorra i suoi soliti fuori programma, campionando, ad esempio, vecchi film come da tradizione elettronica 90s. Da sempre lo preferiamo in 12” che sulla lunga distanza; all’interno di questo immaginario, almeno per il momento, non sembra aver trovato la sua via.
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