Recensioni
Dump
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Superpowerless
I Can Hear Music
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Marco M. Boscolo
- 26 Agosto 2013


Solo un anno prima James McNew era entrato nella band di Hoboken (siamo all’altezza di May I Sing With Me), diventando l’elemento nuovo, ancora tutto da scoprire di una band che aveva alle spalle già quattro dischi e che cominciava a costruire un seguito indie che si sarebbe rivelato tutt’altro che disprezzabile nel corso dei decenni. Probabile quindi che molte sue idee melodiche, abbozzi di canzoni o la pura e semplice esuberanza della giovine età gli riempissero la testa ma senza che gli altri membri della band accogliessero proprio tutto. Così nel 1993 diciannove bozzetti indie, con un forte accenno slacker e naive, vedono la luce sotto lo pseudonimo ironicamente adatto (“dump” vuol pur sempre dire discarica) sotto il titolo di Superpowerless. Già dal titolo però emerge un’estetica da loser o, se vogliamo dirla in termini sociologici, una retorica da perdente, quella suggellata dall’esordio lungo dei Pavement, Slanted and Enchanted. James McNew gioca quindi con i tratti miti del suo carattere e accanto alle canzoni di suo pugno che assomigliano alle cassette fatte in casa tipiche di quell’epoca, con il nastro lasciato girare mentre vengono in mente cose da suonare lì per lì, ci sono cover divertenti come la celebre Moon River che perde tutto il pathos delle esecuzioni per diventare un valzerino sghembo cantato con voce sottile.
Passano due anni e si replica con altre diciannove canzoni che vanno sotto il nome di I Can Hear Music. L’humus musicale è lo stesso, ma ci sono diversi ospiti che danno colore al disco. Alcuni brani, infatti, sono registrati nel 1994 in Olanda durante un festival musicale. Tra tutti ce lo immaginiamo James McNew avvicinare Chris Knox e chiedergli di suonare la tromba, cosa che pare che il neozelandese non abbia mai fatto prima, per divertirsi anzichenò. In entrambi i dischi, che la Moor ripropone a distanza di vent’anni da Superpowerless in una versione ampliata delle scalette (rispettivamente con 8 e 3 brani in più), si possono trovare echi di alcuni brani che verranno più in là nel tempo con gli Yo La Tengo, ma in generale stiamo frequentando un mondo diverso. C’è un musicista dotato, sensibile e creativo che non ha ancora trovato il proprio posto nel terzetto maggiore e sfoga le sue pulsioni in un progetto di schegge indiepop sghembe e delicate, omaggiando volutamente i suoi miti musicali (sicuramente My Bloody Valentine, i Beach Boys, ma anche Neil Young che talvolta sembra imitare, forse involontariamente, nel canto).
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