Recensioni

Sarà forse il format che influenza il prodotto finale. Fatto sta che la tendenza a scrivere colonne sonore per film muti che sembra aver preso piede ultimamente in certi ambienti indipendenti, produce risultati a dir poco sorprendenti. Pensiamo al commento de Il Fuoco (1915) di Giovanni Pastrone ad opera dei Giardini di Miro’, alla sonorizzazione de La caduta della Casa Usher (1928) di Jean Epstein proposta dal vivo dai Massimo Volume o a questi Drunken Butterfly, impegnati a musicare L’ultima risata (1929) di W. F. Murnau. Si tratta di ispirazione, è evidente. Far collidere immagini e musica in uno specchiarsi reciproco che vive di spazi vuoti e rimandi, in un percorso radicato nei temi proposti dai fotogrammi ma al tempo stesso libero di spaziare tra i livelli interpretativi che l’assenza di sonoro originale lascia in sospeso. Terreno fertile e concreto binario per quel post-rock immaginifico che ritroviamo nel DNA di tutte e tre le formazioni citate.
Il gruppo marchigiano se la cava egregiamente, affidandosi a una girandola di riferimenti che cita i Sigur Rós (Ritorno a casa), si adagia su un’elettronica minimale (Il furto), riprende certe ruvidezze elettriche à la Mogwai (La vergogna) tra pianoforti e chitarre elettriche, laptop e parti vocali abbozzate. Il tutto in brani da tre minuti e mezzo di durata media che lasciano intendere una volontà comunicativa lontana dalle perifrasi autocelebrative, sostenuta da arrangiamenti ben calibrati, valorizzata da sprazzi di creatività originali. Come in quella Etere in cui si colgono rimandi pinkfloydiani confusi tra le spire di un sintetizzatore à la Walter Carlos o in una title track che riprende i Radiohead di Ok Computer parafrasandoli.
Da leggersi in maniera autonoma, questo quarto disco dei Drunken Butterfly. Parto riuscito di una formazione che riesce a unire semplicità, intensità e accuratezza in una sola soluzione evitando di impantanarsi nelle sabbie mobili della routine.
Amazon
