Recensioni

Tra Far Beyond Driven (1994) e The Great Southern Trendlill (1996), tra un’overdose e una pancreatite, prima ancora della tragica scomparsa di un Dimebag Darrel ucciso a colpi di pistola durante l’esibizione di Columbus dei suoi Damageplan, Phil Anselmo trovò la forza di incidere uno dei dischi più importanti e significativi della propria carriera. Quello che diede vita al progetto Down.
Nola, pubblicato dalla Elektra nel 1995, era l’anello di congiunzione tra ciò che i Pantera erano stati e ciò che sarebbero diventati prima del loro scioglimento: una metal band influenzata tanto dall’hardcore quanto dal groove hard rock degli Mc5 e dei Led Zeppelin. Nola non fu solo un momento di transizione: in quel disco c’era la matrice di un suono nuovo, lavico, forgiato e fondato sull’approccio sudicio del southern rock, ingigantito da flussi incontrollabili di alcool e droghe. L’importanza capitale della nascita dei Down si racchiude tutta in ciò che accadde anni dopo, quando il loro suono southernsludge divenne ispirazione per la più importante corrente indie metal del nuovo secolo: il southern core. Dai Sourvein ai Cough, da Erik Larrson ai Might Could, tutti hanno riconosciuto storicamente l’importanza di Nola quale nuovo dettato musicale. Un lavoro che spogliava il metal core dei suoi contenuti più algidi, per conferirgli un carattere più magmatico e paludoso. Qualcosa in cui poter sprofondare.
E così, una band nata come supergruppo figlio della fusione di Pantera, Crowbard, Corrosion of Conformity e Eyehategod, è a sua volta divenuta una band itinerante, un carrozzone carnevalesco del Mississipi, in cui musicisti strettamente legati alla tradizione di New Orleans si sono avvicendati, sostituendosi gli uni agli altri per motivi di salute: questa volta, è Rex Brown ad abdicare per combattere i suoi problemi di salute causati dall’alcool, lasciando spazio a Pat Bruders, già con Crowbar, Eyehategod e leader dei death metallers Goatwhore. Cambio line up e un lieve spostamento nell’asse sonoro del gruppo, con un Down IV – The Purple Ep strutturato in trentasei minuti di mini album che non anticipano un nuovo disco ma sono la celebrazione del lato oscuro del metal. Lo stesso Anselmo introducendo il nuovo lavoro sottolinea quanto questo disco sia una dichiarazione d’amore per l’old metal.
Le iniziali Levitation e Open Coffins cercano e trovano il contatto con i Black Sabbath di Volume 4, con i Trouble degli esordi e con i Saint Vitus: l’impressionante cono d’ombra dei Down oggi è oscurato ancor di più dalla radice doom metal, che lentamente sta offuscando la luce del groove sudista. Bassi slabbrati, polverosi, spessi; chitarre sgraziate e grezze, meno siderurgiche e più grevi; la voce di Phil oggi più pastosa e matura che mai. The Purple Ep è un passo indietro nel tempo? No, anche se dobbiamo ammettere che i Down sono stati più illuminati in passato e qui sono soprattutto l’energia e la voglia metal ad emergere prepotentemente.
Down IV è un disco che apre al dibattito sul “trasformismo della Pantera”, oggi ampiamente rintanata nella grotta dell’heavy metal occulto. Un po’ come accadde proprio alla band madre, i Pantera. Anselmo è pronto con il primo lavoro solista, già definito “…la cosa più heavy che abbia mai realizzato..” e oggi ha scelto per i Down la via dell’oscurantismo doom. Una scelta che sicuramente non tutti apprezzeranno, pur al cospetto di parentesi che non si possono non definire riuscite come un The Curse Is a Lie celebrazione funerea di un brano marcatamente Saint Vitus. Del resto parliamo di una band che non ha mai sbagliato un colpo.
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