Recensioni

6.7

Le citazioni in cassa dritta. L’emblema robotico per eccellenza: il tributo alla seconda metà dei Novanta dominati dall’Homework daftpunkiano. Non solo: un gusto per la rivisitazione indie che risiede nella mente dei Rapture e negli archivi della DFA, passando per qualche remix dei Soulwax. Questo è il nuovo suono rock dance minimal del 2007.

E questo è quello che fanno i due amici krauti Jens Moelle e Ismail Tuefekci. Nella loro opera prima sulla lunga distanza sparano anthem come fossero noccioline. L’incipit spiega già tutto: il vocoder spacey di Magnets in quattro e quattr’otto dichiara un amore incondizionato verso il classico dei padrini francesi, il delay di Zdarlight è tutto costellato di paillettes post-BiggerBetterFasterStronger. Ma se è vero che la storia (in)segna il suono, in I Want I Want scopriamo che le coordinate dance non possono prescindere dall’indie-p-funk di New York, in Idealistic ricompaiono fantasmi Ottanta filtrati dall’acido, in Pogo (il singolone da lacrime e sangue) riparte la baracca rock’n’acid che abbiamo sentito dalle parti dei !!!.

Un substrato che ammicca ai Daft Punk (il quasi plagio di Moonlight o i crescendi di Anything New e The Pulse) ma che non li emula fino in fondo. È ancora lunga la strada per staccarsi dalle radici. Consideriamo questo esordio come un esercizio ben riuscito. Una dimostrazione di reverenza e rispetto. Un lungo inchino che per 53 minuti farà sorridere i ventenni dei Novanta e farà pensare a più di qualcuno che la meteora francese non è ancora scomparsa. Più che una meteora, una costellazione che brilla di luce propria. Digitalism ancora in viaggio. Ma il loro Galaxy Express è pronto a stupirci. Li aspettiamo, guardando un tramonto dall’acidissima Jupiter Room, aspettiamo i loro racconti digitali, le loro scorribande attraverso il tempo. Viaggiate ancora, piccoli nipotini. Daft Generation is the way.

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