Recensioni

Nel mondo dei sogni il cavallo non sopraggiunge leggiadro… irrompe. Simbolo di eleganza, forza e istinto, nello spazio più profondo del nostro subconscio il cavallo rappresenta desiderio e paura, fantasma del passato e traghettatore verso l’ignoto, vettore di impulsi ancestrali, tensioni interiori e desideri profondi. E non è un caso, allora, se a tessere insieme le parti salienti di Die My Love sia proprio un cavallo nero: indomabile, selvaggio, grazie a lui la sfera animale della sua protagonista si fa adesso reale, tangibile. Non più il cane di Nightbitch; ora è un cavallo nero a farsi proiezione di una donna rinchiusa in un ruolo di madre che la soffoca, la annienta, la disumanizza. Nessun senso catartico e di rinascita rinchiuso nella maternità: la nascita di un figlio si tramuta in voragine aperta su un vuoto interiore lacerato da mille pianti e da solitudini profonde. Jennifer Lawrence presta il proprio sguardo sensuale, perso, incantatore e desolante a questa donna che sente senza ascoltare, parla senza sentire. La performance dell’attrice è prettamente un gioco fisico, compiuto su una retrocessione allo stato animale, dove la comunicazione verbale è soppiantata da movimenti imprevedibili, slanci felini, danze vorticose, istinti irrazionali.
La sua esistenza involve in una vecchia polaroid dai colori sbiaditi; il sole che irrompe timido nel suo nido domestico non riscalda, ma accieca; sono sprazzi di luce che infastidiscono, non cullano. Un paradosso che il direttore della fotografia, Seamus McGarvey, restituisce con fare delicato e allo stesso tempo destabilizzante: tutto perde i propri contorni, si fa labile, inafferrabile, sospeso in un microuniverso dove il sonno della ragione genera mostri interiori colorati di toni pastello sbiaditi con lacrime e livore.
Die My Love non vuole infatti essere un’opera rassicurante e nemmeno una fiaba a lieto fine; perde la propria linearità narrativa e quella sicurezza confortante tipica di un film sulla genitorialità, per liquefarsi in lampi espressionistici, scarti di incubi interiori. Le sue sequenze sono attimi di un’impressione, perdite continue del proprio baricentro interiore, fughe da se stesso e dai propri ruoli per mettersi alla ricerca di una libertà che forse non esiste più, se non al di fuori della logica e della razionalità. Se il Jackson di Robert Pattinson è un padre e marito che rientra nei confini parzialmente accettabili del padre lavoratore presente nella sua assenza, e assente nella sua presenza, Grace, al contrario, riesce a ritrovare se stessa solo nello spazio dell’instabilità mentale; ed è proprio ponendosi sulla sua visione del mondo che la regista Lynne Ramsey baratta la coesione narrativa e la semplicità di racconto per abbracciare un senso di caos e follia con il quale restituire il maelstrom interiore che si abbatte nella sua protagonista.
Dopo il distruttivo e destabilizzante … E ora parliamo di Kevin, la regista scozzese indaga i tarli della mente, i meccanismi inceppanti di una gioventù bruciata. Lo fa attraverso la musica (toccante l’uso di In Spite of Ourselves, o l’assolo finale su Love Will Tear Us Apart), la danza, i momenti sospesi dove la natura abbraccia un senso di sublime poesia pronta a tramutarsi in odio, rabbia repressa, lasciva seduzione e insana disperazione.
Grace non ha nulla della Grazia della Maria Vergine; ultimo tassello di una galleria cinematografica pronta a svelare i lati più crudi e dolorosi della maternità (si pensi a Madre! di Darren Aronofsky, If I Had Legs I’d Kick You, La figlia oscura, o il già citato Nightbitch) la donna non accetta il suo ruolo di madre, proprio come sembra non accettare il proprio figlio; un bimbo che Grace priva del nome, editandolo come “il piccolo”, “il bambino”, quasi come se solo nominandolo, gli donasse magicamente un’identità e, con essa, l’accettazione che sia reale, vero, presente.
Con Die My Love l’arte si fa pertanto viatico di insoddisfazione, tabù, dolore. Lo fa senza retorica, ma con estrema sincerità; lo fa affidandosi alla desolazione di ambienti desertici, secchi, poco fertili, come secca e desertica è l’anima della sua protagonista. Jennifer Lawrence si addossa sulle spalle il peso di un film che trova nella figura femminile imperfetta e lontana dai canoni di madre e moglie impeccabile, la sua raison d’être. Lo fa con nonchalance e apparente disinvoltura, tanto da risultare respingente, odiosa, proprio perché distante da quell’immagine che la società ha forzatamente affibbiato alla donna come angelo del focolare. La depressione post-partum è una realtà consolidata e da accettare; esiste e fa male; proprio per questo la Ramsay non intende inginocchiarsi dinnanzi all’altare del moralistico film tradizionale. Riscrive a proprio piacimento lo scorrere dell’opera, anche a costo di renderlo a tratti difficile, incompleto, distante; proprio come difficile, incompleto, distante è l’animo di una donna che non trova nel ruolo di madre il suo posto nel mondo, preferendo correre via tra i meandri della depressione, come un cavallo nero lungo un sentiero incontaminato.
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