Recensioni

6.6

“E ora qualcosa di completamente diverso”. Sembra che sia proprio questo il messaggio dei Delphic, il trio (divenuto nel frattempo quartetto, con l’aggiunta di Dan Hadley) che da Manchester è giunto alla ribalta internazionale nel 2010 grazie all’album Acolyte. Non è mica facile, di questi tempi, reinventarsi e sperimentare: ne parlava proprio Rick Boardman, il leader della band, durante un’intervista rilasciata a NME – “nell’industria musicale non ci sono più soldi”, diceva, “e molte band cercano di sopravvivere. Non avremo più un gruppo come gli Smiths o i Blur“. Collections, l’atteso secondo album dei ragazzi, cerca a suo modo di invertire la tendenza.

Il feticcio neworderiano del debutto (particolarmente evidente in episodi come l’electro-rock Doubt) lascia spazio a inaspettate contaminazioni con l’hip hop – James Cook ha ammesso di aver ascoltato molto Jay-Z, J Dilla e molto R&B degli anni Ottanta durante la lunga gestazione (ben diciotto mesi) del nuovo, eclettico lavoro – e a soundscape più elaborati e moderni. Non che questo si traduca automaticamente in un punto di forza (“non ci siamo mai posti troppi paletti… per questo l’album si chiama Collections, è una riflessione su come abbiamo cercato influenze e ispirazione da più fonti possibili”): se il tutto è stato affidato a mani sapienti – in Acolyte c’era Ewan Pearson, stavolta in cabina di regia troviamo Ben Allen (Animal Collective, Bombay Bicycle Club) e Tim Goldsworthy (Massive Attack, LCD Soundsystem) – il materiale alterna episodi molto ben riusciti ad altri un po’ pasticciati, che fanno inarcare il sopracciglio specie laddove il mix è sovraffollato e segue troppe traiettorie parallele.

Il primo singolo Baiya mette in bella mostra una certa abilità nel rimescolare le carte, con un beat non proprio ballabile ma audace, sexy, con gli archi che si intrufolano con intelligenza in un affascinante incontro/scontro tra la black music e il mondo dell’Hacienda (ancora più riuscito, se possibile, in Exotic). I riferimenti alla band di Blue Monday non sono scomparsi (impossibile non notarli in Of The Young, il brano apripista), ma sono meno sfacciati; Changes è il tipo di canzone che sarebbe potuta venir fuori dalla collaborazione tra Andrew Dawson e i Pet Shop Boys se si fossero davvero capiti e se ci fosse stato meno timore reverenziale da parte del primo, e Freedom Found si costruisce da sola, tassello per tassello, per poi spiccare il volo in un ritornello da stadio. Tutto bene, insomma, fino a quando non si tenta di costruire in laboratorio la hit che deve far breccia in classifica: non stupisce la sensazione di dejavu all’ascolto di The Sun Also Rises (queste cose le facevano già i Carpark North in Danimarca), né che la pur piacevole Memeo si stacchi dalla nostra memoria con la stessa facilità con cui vi si appiccica.

I Delphic confezionano un album simpatico, che non è più un tributo didascalico ai propri modelli ma una rielaborazione più personale e priva delle leggerezze dell’esordio. Gli hook sono al posto giusto e c’è più di una potenziale radio hit. Resta solo un dubbio: se l’anno che si è appena concluso è stato proprio quello che ha visto trionfare l’elettronica e la black music, Collections è davvero sperimentale come annunciato o c’è, oltre al mestiere, una buona dose di furbizia?

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette