Recensioni

Confrontarsi con opere di registi come Cronenberg non è affatto cosa facile. In un’epoca in cui i remake sono all’ordine del giorno, una serie tv basata su Dead Ringers, film del 1988 del regista canadese, potrebbe sembrare un’opzione azzardata quanto mai noiosa. Ci sono però opere che vanno oltre la pallida imitazione e offrono un punto di vista così differente che, forse, parlare di remake non ha più senso. Certo, l’opera di Cronenberg è difficile da raggiungere in termini di qualità, ma Dead Ringers – Inseparabili, la serie tv Prime Video di Alice Birch, ha sicuramente qualcosa da raccontare. E lo fa anche abbastanza bene.

In sei puntate da circa un’ora ciascuna, la serie racconta la storia delle gemelle Mantle. Elliot e Beverly, ginecologhe e pressoché indistinguibili, sono in missione per cambiare il modo in cui le donne partoriscono: il loro sogno è aprire un centro nascite a Manhattan, performando una serie di procedure eticamente questionabili. Le premesse su cui si apre la serie tv sono simili a quelle dell’opera di Cronenberg, il cui film è tratto dal romanzo omonimo di Bari Wood e Jack Geasland. La pellicola a sua volta è ispirata a un episodio di cronaca accaduto a New York nel 1975, quando due gemelli vennero trovati morti nella loro casa tra sporcizia e un inspiegabile stato di semi-abbandono.

I nomi dei protagonisti sono sempre gli stessi, è cambiato invece il loro sesso (e già questa scelta è di per sé molto cronenberghiana): se nel film al centro della scena c’erano due gemelli interpretati da un magistrale Jeremy Irons, qui Alice Birch dirige Rachel Weisz nel doppio ruolo delle sorelle Mantle. La caratterizzazione delle gemelle è molto vicina a quella dei personaggi originali, e così da un lato c’è Elliot, più forte, meno scrupolosa, più sensuale, dall’altra c’è Beverly, più timida, sobria e coscienziosa. A distinguerle c’è molto più che il semplice modo di acconciare i capelli, ci sono anche le piccolezze nei loro gesti, nei modi di comunicare, nelle espressioni del viso che l’ottima performance di Weisz comunica.

Non è l’unico punto di contatto con il film: c’è il rapporto morboso tra le due, c’è l’intromissione di una donna che altera gli equilibri tra le gemelle, Genevieve (un omaggio a Geneviève Bujold, che nella pellicola del 1988 interpretava Claire Niveau). Ci sono anche alcuni guizzi registici copiati da Cronenberg, soprattutto nella fotografia di Laura Merians Goncalves e Jody Lee Lipes, che ricalca i toni freddi di quella di Peter Suschitzky. La serie dialoga costantemente con l’opera originale, soprattutto nel gusto per il body horror che esplode in alcuni punti con parti in primo piano, sangue, genitali, aborti mostrati senza alcuna censura. Alice Birch è chiaramente un’amante di Cronenberg, che omaggia sì, ma non emula pedissequamente, anzi amplia i temi da lui affrontati e li osserva sotto una nuova luce.

Nel corso della serie c’è la volontà di adottare una prospettiva specifica, quella esclusivamente femminile, stabilendo così degli intenti completamente diversi da quelli del film. E, del resto, anche i loro finali sono diversi. Il comparto regia e sceneggiatura bastano già a descrivere questa scelta: fatta eccezione per i primi due episodi (diretti da Sean Durkin), le sei puntate sono scritte e dirette solamente da donne. Ed ecco che il focus non sono più gli uteri “mutanti” e gli strumenti ginecologici protagonisti del film di Cronenberg, ma i territori dell’etica in cui Beverly e Elliot incarnano le anime femministe di oggi: Elliot è quella più liberale, disposta a infrangere ogni regola della scienza e a non sentirsi in colpa se la sua attività è accessibile solo a una fascia di donne ricche; Beverly si interroga costantemente sulla surrogazione, sulla procreazione assistita, sulla menopausa, sui diritti riproduttivi. Importante in questo senso il secondo episodio, in cui le due gemelle sono a cena con un gruppo di ricchi imprenditori che vogliono finanziare il loro centro nascite. Un gruppo composto quasi esclusivamente da donne, i cui intenti di profitto non sono nobili come quelli di Beverly e che ipotizzano addirittura la possibilità di cancellare la menopausa. Eliminare la menopausa significa, per estensione, eliminare la femminilità, ma potenzialmente potrebbe attrarre più clientela: il sillogismo vien da sé. Quella sequenza, attraverso dialoghi vivaci e brillanti, è una delle espressioni massime dei tratti positivi della serie, capace di assumere un ritmo da palcoscenico teatrale, anche con un tocco di dark humor.

Quello che funzione meno, tuttavia, è l’alternanza di puntate più statiche ad altre più dinamiche, cosa che rende la serie poco omogenea, e certi passaggi sono trattati in maniera più frettolosa. C’è poi il fatto che il body horror e lo splatter ci sono sì, ma sono circoscritti a pochi momenti, e se questo di per sé non è un difetto avrebbe potuto dare un qualcosa in più, un significato più profondo a una serie che mette al centro il corpo. Soprattutto quando nella schiera di registi compare Karyn Kusama, autrice di un cult del comedy horror come Jennifer’s Body (2009). Kusama, che ha diretto il quinto episodio, riporta in Dead Ringers quel tono grottesco e la forma del rito già presente nel film con Meghan Fox, con intenti chiaramente diversi. Se in Jennifer’s Body un gruppo di ragazzi vuole immolare la donna a Satana, nella serie tv il rito stavolta è un parto cesareo che assume tutte le sembianze di uno spettacolo teatrale, con i medici che assomigliano a stregoni (come nel film di Cronenberg) disposti a cerchio attorno la partoriente, e dove il corpo femminile è immolato alla scienza (si tratta di un parto plurigemellare che avrebbe dovuto essere gestito in maniera diversa, e infatti le cose vanno storte). Tutto l’episodio è incentrato, infatti, sulle pratiche che la scienza ha messo in atto sui pazienti per sperimentare e migliorare le cure.

Jeremy Irons nel film di David Cronenberg

Quello di Kusama è un episodio quasi a sé, abbastanza diverso dagli altri per regia e toni, soprattutto perché, fino a quel momento, Birch non ha mai cercato di suscitare empatia più per una che per l’altra sorella, quindi per le loro visioni su vita e scienza. Qui, invece, sembra prendere le parti della visione del mondo di Beverly. La puntata si rifà al lavoro di James Marion Sims, considerato il padre della ginecologia moderna ma le cui pratiche oggi sono messe in discussione per le sperimentazioni agghiaccianti su una diciassettenne schiavizzata, torturata in nome della scienza. In un episodio delirante, Elliot parla con il fantasma di questa donna fino ad oggi senza un volto e pone al centro la sua voce, il suo dolore, che è lo stesso condiviso da tante donne colonizzate. Non sta parlando solo ad Elliot, sta parlando a lei in quanto donna bianca, che sfrutta il suo privilegio per “colonizzare” i corpi delle donne in nome del profitto.

Più che la violenza grafica, ad Alice Birch interessa l’iconologia di Cronenberg, ed ecco che nella serie tornano anche l’utero triforcuto, gli iconici camici cremisi indossati da Jeremy Irons. Con quegli abiti Rachel Weisz ricorda molto la Tilda Swinton strega nel Suspiria di Luca Guadagnino, ma anche un’ancella de The Handmaid’s Tale (ancora una volta, due anime femministe molto diverse).

Questi sei episodi sono densi e a volte questa densità è difficile da digerire, visto che la storia procede su due binari non sempre armonizzati tra loro (da un lato il centro nascite, dall’altro il rapporto familiare e tra le due gemelle). Ma con la sua regia, l’ottima colonna sonora (si passa da Moby a Jeff Buckley, da Rosalìa a Elvis Presley, passando per Bauhaus e Joy Division) e i diversi risvolti narrativi rispetto al film originale, Dead Ringers è una serie tv che sa sorprendere e sa raccontarci qualcosa di nuovo e diverso rispetto a Cronenberg.

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