Recensioni

Probabilmente il nome Dead Moon non dice niente ai più, forse suggerisce qualcosa di più quello di Fred Cole, personaggio di un certo rilievo del panorama underground statunitense già dalla fine degli anni ‘60. Sta di fatto che, chiuso un capitolo lungo sedici anni, con alle spalle una miriade di album per lo più prodotti dalla propria etichetta (la Tombstone Records), finalmente viene alla luce una band molto interessante nel panorama della musica indipendente (veramente indipendente!) americana.La Sub Pop, infatti, non nuova a questi piacevoli regali, pubblica una raccolta significativa e definitiva della band garage dell’Oregon. Significativa perché selezionata dallo stesso Cole, cantante e chitarrista della band e definitiva perché si tratta dell’ultimo capitolo di una discografia vasta e difficilmente reperibile in toto.
L’avventura dei Dead Moon comincia nel 1994 nella cittadina di Clackamas, all’insegna di un suono crudo, sporco ed essenziale. Essenziale come la stessa formazione, un trio composto da Fred Cole, dalla moglie Toody, che oltre a suonare il basso si alterna con il marito al canto, e dal batterista Andrei Loomis. Un suono a presa diretta, molto vicino alle performance live della band, caratterizzate da un’energia sopra le righe e resa particolare dal singolare dal timbro di voce di Fred, una sorta di David Thomas dalla vena punk, che si trova a suo agio sia nei passaggi acid blues e garage rock’n’roll, che negli episodi più lenti, quasi soul. Niente di più di quattro-cinque accordi e un ritornello, dagli esordi di Graveyard, agli ultimi rabbiosi ululati di Sabotage, già datati nel nuovo millennio . Una musica dove contano l’attitudine, il graffio, l’immanenza. Qualcosa, insomma, che ancora oggi vuole somigliare al rock’n’roll. E ci riesce.
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