Recensioni

6.4

C’è stato un momento in cui David Gray aveva il mondo nelle proprie mani. Erano i primissimi anni Zero. Furono in molti ad innamorarsi, sebbene in leggero ritardo, di quel capolavoro insolito del New Acoustic Movement intitolato White Ladder e della sua originale commistione di folk, drum machine demodè e sopraffino artigianato pop, capace di rivoltare come un calzino un classico del synth-pop come Say Hello, Wave Goodbye dei Soft Cell e farlo sfociare come se niente fosse in Into The Mystic di Van Morrison. Erano anche i tempi dei Turin Brakes, dei debuttanti Coldplay di Parachutes e dell’exploit dei Kings of Convenience, e di lì a poco sarebbe stato Damien Rice a dominare, seppure per poco, la scena; nel frattempo, sul lato della strada, una certa Dido giocava con grande successo la carta del pop acustico miscelato con archi ed elettronica – proponendosi quasi come una versione “soft” di Sinéad O’Connor, meno complessa ma più rassicurante dell’originale. Babylon era diversa da tutte le altre canzoni che scalavano le classifiche, aveva una bellezza che entrava sotto la pelle, con quei suoni e quegli accordi intricati, quell’interpretazione intensa, perfetta nella sua imperfezione, cui avremmo creduto con le lacrime agli occhi anche se ci stava raccontando una bugia clamorosa. In un certo senso era la nuova Twist In My Sobriety, si ripeteva la stessa strana magia dell’indimenticabile hit della giovane Tanita Tikaram, con quella voce profonda e androgina e l’ardita scelta dell’oboe al centro della scena durante il ritornello.

Ma il pubblico dopo tanto amore ti scarica con una velocità sorprendente, specie se la tua discografia è macchiata da qualche album di troppo che rivela stanchezza e carenza di idee (Everybody’s Angel ed Eleven Kinds of Loneliness per la Tikaram, gli ultimi Draw The Line e soprattutto Foundling per Gray). Arriva il colpo di coda che non ti aspetti, a un certo punto, perché si matura, ci si lecca le ferite e si prova a lavorare in modo diverso con gente diversa, ma i più distratti hanno la testa altrove e rischiano di non accorgersene neppure. David ha imparato di sicuro qualche lezione, nei quattro anni che separano Mutineers dal farraginoso e incompiuto predecessore, e ha scelto di avere in sala d’incisione un produttore stimolante ma severo come Andy Barlow dei Lamb: arrivato in studio con una trentina di brani, si è ritrovato a scegliere pazientemente dal lotto gli undici più convincenti per entrambi. Lontani sono gli arrangiamenti rigonfi di Draw The Line: qui c’è solo ciò che serve. Torna l’elettronica, certo, ma non è affatto la protagonista. Torna la poesia – talvolta involuta e impenetrabile, ad esempio in Snow in Vegas – che nasce dai piccoli gesti, dalle piccole storie di tutti i giorni, dal semplice contatto con la natura (ben tre brani sono dedicati a uccelli: As the Crow Flies, la splendida Birds of the High Arctic e il bel finale con la boniveriana Gulls, la prima canzone lanciata via YouTube ad aprile) in grado di scatenare profonde riflessioni sulla vita.

È un disco sobrio che punta tutto sulle texture, questo decimo album di David Gray. Nessun singolo “ovvio” trova posto in scaletta, al contrario di quanto era accaduto con gli earworm The One I Love e You’re The World To Me in altre occasioni. Nessun instant classic controbilancia il peso di tanto materiale così introspettivo. Come nell’ultimo Ghost Stories di Chris Martin e soci, è palese il desiderio di tornare alle origini e al tempo stesso di suonare in sintonia con il presente (non si sa mai che qualche fan degli Elbow o degli XX, tanto per fare due nomi, finisca nella rete da pesca). Innegabile l’eleganza di Last Summer e di Cake And Eat It, che riporta al Gray pre-White Ladder (poco frequentato, ma da riscoprire); Girl Like You è invece l’unico possibile aggancio all’era di A New Day At Midnight, mentre nulla ha la “maestosità” che contraddistingue Life In Slow Motion. Ma forse non è neppure un male.

L’intento di non incidere un disco uguale ai precedenti è parzialmente riuscito: Barlow ha fatto bene il proprio dovere, si nota una scrittura finalmente più agile dopo qualche anno in cui David si è sentito bloccato e incerto sulla strada da seguire, e c’è più di un brano memorabile – il che, per un disco di rilancio, di certo non guasta. Attenzione, però, perché la tendenza al monocolore e allo sbadiglio facile è ancora in agguato: un fuoriclasse può e si deve osare di più. La direzione è quella giusta, ma la risalita è appena all’inizio.

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