Recensioni

6.4

Per quanto si tenti d’incastonarlo in un "progetto", Daniel rimane un diamante pazzariello. Anche perché in un modo o nell’altro finisce sempre per lavorare assieme a personaggi non proprio regolari (vai a capire il motivo). E’ il caso stavolta del produttore Don Goede, alias Jack Medicine, sicuramente in possesso di tecnica e visione "professionali" però anche uno sciroccato mica da poco, con tutte le sue ossessioni folk e psych da Robyn Hitchcock in sedicesimi (vedi l’organo vetroso e la chitarra a galoppo di Goodbye To Thath Girl) e quei rantoli blues-wave che mandano Bryan Ferry a sferragliare disincanto tra brume Nick Cave (come in Blue Skies Will Haunt From Now On). Insomma, la coppia è ben assortita e pare altrettanto ben rodata. L’energia scalpita e scorre, anche se lungo una specie di binario del quale restano ben distinguibili le rotaie, i parti dell’uno da quelli dell’altro.

Per dire, pezzi come Sweetheart e Pain In My Heart sono senza alcun dubbio johnstoniani – quel tipico zuccherino malfermo, intossicato e struggente – mentre in quella Summer Jazz che sembra trascinare gli Eels sul sentiero spigoloso e arguto del lo-fi pavementiano, il buon Daniel sembra entrarci poco  o nulla. Poi però c’è una clamorosa cover della bowiana Scary Monsters che rimette tutto a posto ovvero manda tutto all’aria: un Johnston versione invasata alle prese con devoluzioni horror-punk, mutazioni pop infantili, ipnotiche propaggini esotic-psych ed electro-dark, insomma la caricatura di un delirio fumettistico proprio come c’era da augurarsi.

Se infine consideriamo la ghost track – nove minuti e passa di melodioso russare, sorta di goliardico corrispettivo sonoro dello Sleep di Warhol – ecco che anche gli spiriti elettrici sono serviti. E noi con loro.

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