Recensioni

7.3

Non conoscendo le loro vicende, verrebbe facile bollare i britannici Comet Gain come gli ennesimi saltati sul carrozzone del ritorno al “C86 sound”. Sapendo invece che la band capitanata dal cantante e chitarrista David Feck è in giro dal 1993 e ha cinque album alle spalle, il discorso cambia. Capisci di essere al cospetto di gente che con certe sonorità è cresciuta ma ha pure scavato più indietro con cognizione di causa. Afferri che se al presente anche gli americani attingono a quel patrimonio prezioso e genuinamente “indie”, ha senso che vi si rivolga chi già lo faceva in tempi non sospetti, per di più se offre la sua opera migliore.

Merito da ascrivere in parte alla regia di Edwyn Collins e Brian O’Shaughnessy, già con My Bloody Valentine e Primal Scream: più volte abbiamo sottolineato come quella del produttore – del suo utilissimo sguardo critico “esterno” però partecipe – sia una figura che va scomparendo, schiacciata dalla facilità con cui si registra musica; nondimeno, lavori come questo ne spiegano la necessità, l’abilità nello sviluppare appieno potenzialità compositive ed estetiche.

Se dunque Collins è evidente nume tutelare di Feck, questi non si lascia schiacciare dalla presenza e ha il gusto di rifarsi a Go-Betweens (l’innodica apertura Clang Of The Concrete Swans), Pastels (Ballad Of Frankie Machine) e Biff Bang Pow! (An Arcade From The Warm Rain That Falls, Working Circle Esplosive).

Ne frattempo, risale la corrente fino a Velvet Underground e Modern Lovers, approfitta della presenza di Alasdair Maclean di The Clientele e dei fiati di Terry Edwards dei Gallon Drunk, variando la ricetta omaggiando Una Baines (ex tastierista dei Fall: indovinate un po’ come suona Yoona Baines) e concedendosi un pugno di vibranti, malinconiche ballate metropolitane. D’accordo, si tratta di un suono storico e storicizzato, ma del resto oggi tutto lo è. Di rado, però, si ha occasione di gustarlo così ben pensato, scritto ed eseguito.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette