Recensioni

Trent’anni dopo Ho visto anche degli zingari felici, ad otto dall’ultima testimonianza discografica, Lolli torna con un lavoro più ponderato, il lirismo meno folle e discontinuo.
Eppure non c’è pac(ificazion)e nei testi, impegnati a giustapporre visioni e meditazione, uno sdegno smerigliato che ambisce alla poesia puntellandosi con la musica. Eccolo, l’annoso problema: tutta una generazione di validi parolieri – spesso anche ottimi interpreti – per i quali la musica è poco altro che un lubrificante del marchingegno affabulatorio. Tutti, chi più chi meno, hanno tentato di rimediare, con esiti più (De André) e meno buoni (il rockismo stolido di De Gregori, le improbabili sofisticherie di Guccini). Con questo disco Lolli non risolve il problema, accetta cioé che le parole stiano in prima fila (lo meritano) e subito dietro allestisce arrangiamenti intriganti, fascinosi, anche coraggiosi. Vedi la delicata intensità folktronica de L’eterno canto dell’uomo, allestita per commemorare la tragedia di Sarno, come anche i riverberi elettrici quasi-Lanegan su mousse di tastiere che screziano l’anima acustica di Piccola Storia di un dio.
Meglio ancora fa l’iniziale Majakovskij e la scoperta dell’America, il testo a srotolare visioni e sentenze, un crescendo agile di chitarre, synth, piano e sax che diluisce in una fascinosa caligine Supertramp. Non sempre va così bene, infatti il poema (anti)carcerario di Nuovo carcere paradiso riesce solo in parte a stemperare la verbosità, mentre la folk ballad partigiana di Poco di buono evita a stento la trappola della retorica. Niente da dire però sulla commozione asciutta che pervade Le rose di Pantani (archi sintetici per cinematico rimpianto) né sui preziosismi – di sax soprano, synth e percussioni liquide – che rivestono Bisogno orizzontale di placida trepidazione. La conclusiva Medley con rumori di Rosa non fa che ribadire tutto ciò, altro non essendo che un reading estrapolato dal libro di poesie del Lolli (Rumori di rosa – ed. Stampa Alternativa) su bassorilievo sonico palpitante, costituendo con la folla d’immagini verbali una folata di "segni" da cogliere ascolto dopo ascolto, a strappi, a bocconi.
Poesia e canzone non sono la stessa cosa, certo. Ma si possono incontrare, da qualche parte. E darsi una mano.
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