Recensioni

La convergenza verso la ambient di Scuba nel dubstep e di Rod Modell nell’electrodub sono il”‘non c’è due” cui mancava il tre. Chi fa tornare i conti è la seconda prova sulla lunga distanza di Mark Stewart,
uno che di minimal ne sa da tempo a tonnellate. Se eravamo abituati ad
associare la sua proposta al dancefloor di classe dei cugini Booka Shade, oggi viene più naturale accostarlo a quegli Ambient Works che hanno reso famoso Aphex Twin, ovviamente virati deep.
Non che Claro spodesti il trono del classico, ma in questi tempi di
“minimal boom”, la sua proposta si colloca ai bordi, sussurra ritmi e
sonorità senza strafare, un po’ come ci aveva insegnato il buon vecchio
Richard D. James: uno sguardo di sottecchi che con classe si distingue
dal magma informe dell’anonimato. Sì, con classe: non la spocchia che
dura una serata, bensì la consapevolezza di chi da anni impone il suo
stile sulla scena passando inosservato.
Il segreto è mimetizzarsi, ma nel contempo spingere, usare suoni
affusolati e pieni di soul, caldi e magmatici. L’ambient minimal delle
tracce schiaccia al limite, ma come insegna Middleton,
dopo un po’ il cuore trionfa. E allora anche qui via la cupezza, il
dark resta solo un tappeto volante con cui sorvolare il pianeta ritmo,
pennellandolo con rifiniture e merletti che contraddistinguono da
sempre le sonorità del DJ inglese.
Non c’è che da tuffarsi nei pedali di synth Chicago mescolati a profumi ibizenchi (Operation), quindi nella calda visione di chorus e cassa techno à la Craig (Harsh Reality), nelle tastiere sognanti sciccherie old school di Before My Eyes, sentire lo scossone che fa intravedere uno spiraglio grimetech (Gone To The Dogs), recitare la litania distorta con un crescendo che vale tutto il disco (Dependant), prima dell’enigmatica conclusione. Il baronetto della minimal. Raffinatissimo esercizio di stile e di bon
ton post-IDM. Quaranta minuti e otto tracce che pur da distante, in
punta di piedi, spaccano.
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