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Ci ha messo ben trentacinque anni, Chrissie Hynde, a concedersi il primo disco da artista solista. Era il 1979, infatti, quando i Pretenders si guadagnarono il proprio posto nel firmamento dell’alternative rock e della new wave grazie all’omonimo album di debutto e a due singoli indimenticabili come Kid (ripreso pochi anni dopo dagli Everything But The Girl) e Brass In Pocket, e oltre all’impegno con la band, da allora la Hynde si è limitata a poche, ma in più casi fortunate collaborazioni – ben due con gli UB40, la cover di Sonny & Cher I Got You Babe e Breakfast In Bed. Ora, a distanza di sei anni dall’ultimo Break Up The Concrete (in alcuni Paesi, Italia compresa, abbinato a una raccolta di successi), la cantante si propone con un album tutto suo, dal forte carattere pop, “leggero con brio”. E per farlo è andata agli Ingrid Studios di Stoccolma e ha voluto con sé Björn Yttling – bassista del trio Peter, Bjorn and John e produttore già al lavoro con Lykke Li, Primal Scream e Franz Ferdinand – che è anche polistrumentista e co-autore di dieci brani su dodici di Stockholm.

Sulla carta il tutto si presenta come un’eccitante collezione di canzoni buone anche da ballare, “tra gli ABBA e John Lennon” (le parole sono della Hynde), ma basta andare avanti con la tracklist per accorgersi che purtroppo manca qualcosa, che forse la produzione di Yttling è fin troppo levigata e non fa sì che i pezzi possano decollare. Non c’è neppure un tonfo, eppure gli episodi da salvare e che non sfigurerebbero in un’antologia da tramandare ai posteri sono appena una manciata: la partenza con You And No One promette molto bene, con le sue atmosfere retrò dal sapore spectoriano già recuperate vent’anni fa da McAlmont e Butler e in seguito da Duffy, e funziona anche il piglio più rock del singolo Dark Sunglasses e di Down The Wrong Way (quest’ultima con la chitarra di un ospite d’onore, Neil Young). Poi però Chrissie graffia meno di quanto potrebbe in A Plan Too Far (stavolta con la curiosa partecipazione del tennista John McEnroe) e sembra più svogliata che rilassata in Adding The Blue, la conclusiva ballad malinconica che anziché rievocare i fasti di I’ll Stand By You ricorda di più i Roxette meno ispirati. C’è persino qualche analogia con gli ultimi Simple Minds dell’ex marito Jim Kerr nell’adult contemporary di House of Cards, mentre svetta Tourniquet (Cynthia Anne) con i suoi insoliti rimandi al Morricone degli spaghetti western.

Se si prende questo disco per ciò che è, ossia l’opera di una signora del rock che sente ancora il bisogno di raccontare in musica piccole storie senza alcuna ansia da prestazione, Stockholm garantisce trentasette minuti scorrevoli e non privi di guizzi. Resta però un capitolo periferico, che non riuscirà ad aprirle nuove porte e che assai probabilmente suonerà più convincente dal vivo.

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