Recensioni

6.5

L’introduzione più eloquente a El Tren Fantasma è la dedica che Chris Watson, leggenda vivente ex-Cabaret Voltaire e poi field recorder di lunga data, pone nel booklet dell’album: “Inspired by Pierre Schaeffer”. Lo è sicuramente più che la presentazione, che ci detta l’ingresso (La Anunciante) e l’uscita (Veracruz) da questo treno fantasma. Eppure anch’essa ha la sua utilità nel condurci nel mondo della sospensione del giudizio del luna park, vedi alla voce “viaggi delle meraviglie”.

Non siamo sui binari di un’attrazione a tema di Gardaland ma sui solchi della musica concreta. Lo scenario della piccola wunderkammer di Chris Watson è il Messico, rurale e triviale, animale ma anche ferroso, attraversato in treno, pieno di suoni trovati e registrati per un rendiconto di viaggio che è più efficace di una mappa. Gli intrugli tra macchina e terra bruciata al sole (Los Mochis) e i montaggi di suoni dell’aia (Sierra Tarahumara) sono sicuramente più efficaci dell’eterno ritorno del leit motiv è quello del treno, suono riconoscibile, e fantasma che si aggira nei campi del field recording, metafora se vogliamo un po’ banale.

El Tren Fantasma acquista la firma di Watson quando il beat delle ruote del treno sulle rotaie diventa pretesto di un trattamento elettronico (interessante il gioco tra primo piano percussivo e retroterra di tastiere di El Divisadero, così come in Aguascalientes, dove sembrano tamburi con la sordina). Touch va sul sicuro e ne trae tutti i benefici del caso, alieni però dalle novità della sperimentazione.

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