Recensioni

Nella nuova onda di cantautori britannici cui viene volente e nolente accostato, Charlie Cunningham, giunto al secondo album dopo Lines del 2017, dimostra di avere una sua cifra stilistica sufficientemente personale – che si discosta, per esempio (sarà una buona notizia per molto che leggono), dall’Ed Sheeran a cui i più malevoli o semplicisti lo hanno paragonato, nonostante goda di un airplay e di dati streaming che lo piazzano nell’orbita di un successo mainstream con tutti i crismi. La storia di Cunningham come musicista è abbastanza singolare da attirare una certa curiosità: un passato da post-rocker giovanissimo, a quanto pare, un diploma di Conservatorio e soprattutto una passione per la chitarra classica e la musica spagnola che lo hanno portato a Siviglia a frequentare una scuola di flamenco. Tutte influenze che a turno e a spicchi emergono in questo sophomore.
Il folk-pop di Permanent Way si muove spesso e volentieri al ritmo di un fingerpicking acustico ora pacato e ora più vivace, con una tavolozza di suoni equilibratamente armonica e discretamente estesa. Si va dai Coldplay (a cui la title-track e altri brani come Maybe We Won’t fanno l’occhiolino e anche qualcosa di più, soprattutto per il timbro di voce che ricorda a più riprese quello di Chris Martin) al famigerato Sheeran (Don’t Go Far), ai ricordi quiet-is-the-new-loud di quel NAM che era la cosa nuova a inizio XXI secolo (Monster a tratti fa pensare ai Kings of Convenience) e, all’estremo opposto dello spettro, a una vena più alternativa che richiama il post-pop di James Blake e Radiohead, quando non le tinte psichedelico-intimiste-progressive di un novello Nick Drake (Sink In) o Vini Reilly (Hundred Times), passando in mezzo a classicità beatlesiane sempre declinate in una prevalente chiave pop.
Se proprio pecca in qualcosa Charlie Cunningham, è l’incisività, ma non si può avere tutto: se dovesse adagiarsi su questa falsariga, privilegiando l’accessibilità alla ricerca, però, sì, sarebbe un peccato.
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