Recensioni

7.3

È una cantautore decisamente atipico, questo Chad VanGaalen, canadese, che troviamo ora alla prese con il quinto album Shrink Dust, prosieguo di una carriera da musicista ormai decennale (il debut, Infiniheart, risale infatti al 2004), accompagnata, anche se in misura minore, da parallele attività come illustratore e animatore.

Nonostante quella giovane faccia pulita che farebbe pensare all’ennesimo stereotipo del songwriter solo e un po’ depresso, le canzoni di Shrink Dust ci fanno invece scoprire una personalità eclettica e a tratti bizzarra, alquanto debordante e fuori dagli schemi, che riesce a offrire un paradigma country/blues (ma non solo) tutt’altro che scontato. Se fino ad ora il Nostro si era cimentato con un electro-folk  rarefatto e minimale, più attento alla pura sperimentazione che alla costruzione di una forma-canzone inserita e riconoscibile – pur con l’enorme ombra di Neil Young alle spalle, che troviamo ancora -, adesso qualcosa è cambiato. È come se il buon Chad avesse addomesticato la propria schizofrenia creativa, in primis pagando il suo debito con certi standard del folk di ultima e penultima generazione (Vic Chesnutt, Daniel Johnston), senza dimenticare l’amore per i Sonic Youth e un’attitudine punk e garage in grado di arricchire l’essenzialità della matrice cantautoriale.

In sintesi, dalla grazia sgangherata dell’iniziale Cut Off My Hands alle atmosfere space/sixties di Where Are You, ci troviamo di fronte ad un riuscito equilibrio tra acustica e pedal steel, fuzz-folk e surf-pop. Il tutto tenuto insieme dall’esile voce di Chad, in grado però di intonare e trasmettere perfettamente le varie sfumature emozionali dell’album: una qualità non da poco, visto che, in fondo, parliamo di un cantautore. E se in un paio di episodi è l’anima rock and roll a prevalere – ad esempio in Leaning On Bells e All Will Combine, in cui si avverte la lezione di Kinks e Beach Boys -, è nelle ballate che il disco mostra i suoi pezzi migliori, come dimostrano l’invocazione gospel di Lila o gli standard dylaniani di Weighted Sin e Hangman’s Son, oppure la cadenza lenta e psichedelica di Monster. Quest’ultima traccia, collocata alla metà esatta del disco, sembra riassumerne anche l’essenza: un equilibrio – precario e imprevedibile, e per questo affascinante – tra la malinconia della tradizione folk americana e un gusto per l’avanguardia e gli esperimenti sonori, la sincera scompostezza del lo-fi con una chitarra acustica che, tra distorsioni, rumori e sovraincisioni, rimane la sola a tenere a bada la bella penna di Chad Van Gaalen.

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